Esteri, continuano le proteste in Myanmar e Russia

Qui Myanmar

Al termine di una settimana di manifestazioni, non danno cenno di tregua le proteste per l’arresto della leader del paese Aung San Suu Kyi e per il contestuale colpo di stato. È ormai passata una settimana dal momento in cui l’esercito ha imposto la caduta del precedente governo, portando migliaia di persone a manifestare per richiedere la liberazione di colei che rappresenta l’icona della liberazione del paese dalla dittatura militare.

Suu Kyi, pur essendo un personaggio non esente da controversie, di cui abbiamo parlato qui, rappresenta la speranza per il paese di poter finalmente risorgere da decenni di povertà e diseguaglianze, speranza che è stata violentemente soppressa dall’intervento militare. Con simile violenza, intanto, si sta rivolgendo l’esercito ai manifestanti, mentre viene registrata proprio oggi la prima vittima.

Avevano attratto l’attenzione mediatica le immagini che raffiguravano la repressione delle proteste avvenire per mezzo di grossi mezzi militari e idranti sparati a tutta forza sulla popolazione ed è arrivata la conferma che tali violenza hanno comportato la prima morte. Colpita alla testa da un proiettile sparato dalla polizia birmana, una studentessa 19enne non è sopravvissuta alle ferite ed è morta prima di arrivare in ospedale. La ragazza era completamente disarmata e l’episodio ha scatenato una diffusa denuncia sociale, nonostante la censura imposta dalle forze militari, che pongono grosse restrizioni anche sulla rete internet.

Nel frattempo, è unanime l’invocazione da parte della comunità internazionale rivolta all’esercito di Myanmar per richiedere la liberazione di Suu Kyi.

Il getto di un idrante azionato dalla polizia colpisce un manifestante.

Qui Russia

Parecchi chilometri a nord, si consuma un simile scenario. Centinaia di migliaia di persone si stanno riversando nelle strade delle principali città russe per richiedere la liberazione del politico e attivista russo Alexey Navalny. Principale oppositore del “regime” di Vladimir Putin, Navalny era stato avvelenato mentre in viaggio per la Germania il 20 agosto 2020. Salvato dalle cure dei medici, era tornato in Russia, pur consapevole che lo stato di pregiudicato ne avrebbe comportato l’arresto e puntualmente era stato portato in carcere.

L’atto del Cremlino sfida la comunità internazionale, che aveva a lungo richiesto maggior trasparenza in merito alla faccenda dell’avvelenamento e che aveva richiesto per Navalny la liberazione. La risposta? Una nota con cui freddamente il governo russo si augura che l’Unione Europea non colleghi “scioccamente” gli affari che li collegano alla Russia all’accaduto.

Il numero di arrestati nel contesto delle manifestazioni pro-Navalny ha raggiunto il numero record di 5400 persone e sembra destinato a salire ulteriormente. Tra gli arrestati vi è anche la moglie dell’attivista russo, Yulia Navalnaya. La repressione delle azioni è stata ripetutamente accusata di eccedere in termini di violenza e vista l’entità delle folle, non ci si aspetta alcun cambio di passo nel trattamento della vicenda da parte delle forze di polizia. L’attenzione sarà ora focalizzata sulle misure che intenderà prendere l’Unione a riguardo.

 

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