Colpo di stato in Myanmar: davvero si tratta di un vulnus inferto alla democrazia?

“Siamo una democrazia molto fragile” aveva affermato Aung San Suu Kyi, leader del Myanmar eletta alle ultime elezioni, le uniche a potersi considerare davvero libere nella storia del paese, di fronte alla Corte di Giustizia, chiamata ad esporre le ragioni del paese asiatico in seguito alle accuse di agevolazione di genocidio arrivate dal Gambia.

In queste prime tre righe d’articolo sono condensate alcune delle principali questioni di snocciolare prima di procedere all’analisi del colpo di stato in sé e per sé, che rendono il Myanmar un paese estremamente complesso da giudicare. Un paese che si porta alle spalle una storia ricca e sintetizzabile volgendo attorno alla figura di Aung San Suu Kyi, una donna associata a due termini che appaiono inaccostabili e che mettono in luce ancor di più le profonde contraddizioni del paese: democrazia e genocidio.

Aung San Suu Kyi è la figlia dell’eroe dell’indipendenza birmana, Aung San, volto della decolonizzazione del paese dal Regno Unito e ucciso nel 1947, quando sua figlia ha due anni e poco prima di vedere la realizzazione del sogno politico perseguito nel 1948 dopo lunghi anni di lotta. Suu Kyi vive tra Inghilterra e India il resto della sua vita, riavvicinandosi alla Birmania solamente dopo i trent’anni di dittatura militare che hanno messo il paese in ginocchio. Una volta in patria, vive le proteste studentesche contro il regime e viene chiamata, in virtù della provenienza familiare, ad accettare il ruolo di leader della lotta per la democrazia.

Da quel momento, Suu Kyi non se ne andrà più e rappresenterà per i 30 anni a venire la figura più importante per il paese. Guida la rivoluzione birmana adottando la cultura della non violenza e dopo molti anni, nell’89, porta il governo a desistere e ad annunciare nuove elezioni. Viene però arrestata poco prima dell’apertura delle urne ed il risultato delle elezioni, che la vedevano indiscussa vincitrice, viene ignorato.

Da quel momento seguono 15 anni di prigione, durante i quali rinuncerà anche a tornare in Inghilterra ad assistere il marito in fase terminale per la consapevolezza di non poter far rientro al proprio paese. Attorno alla sua persona si crea un momento globale di ammirazione per l’impegno civile e sociale e un impegno proveniente da tutti i paesi occidentali teso alla sua liberazione, dei quali è paradigmatica l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, nel 1996.

Fast-forward al 2010, Suu Kyi ottiene la liberazione dagli arresti domiciliari e pur non potendo essere eletta (il regime militare inserì una clausola per la quale veniva considerata invalida la nomina di chiunque avesse sposato un cittadino straniero, intuitivamente ad personam), nomina un fidato alleato, si fa nominare consigliere di stato e da quel momento esercita, de facto, la carica di leader del paese, ponendo fine, sulla carta, al regime dittatoriale fino a quel momento al potere.

Iniziano qui le ombre.

Da quando Suu Kyi è al potere, è difficile vedere una differenza con il precedente regime: la leggi restrittive dei diritti fondamentali non sono state in alcun modo derogate ed a tratti l’intervento punitivo dell’esercito è stato ancor più feroce, in termini di repressione di proteste e di imprigionamento a tempo indeterminato di molti avversari politici.

Conseguenza naturale di questa violenza è stata la divisione interna al paese, che si trova in condizioni di assoluta povertà, in vari gruppi etnici, i quali sono spesso armati di un esercito. È esplosa la violenza, nei mesi più recenti, tra l’esercito regolare di Myanmar e l’esercito di Arakan, composto da una frangia di popolazione di etnia rakhine. Entrambe le fazioni si son rese protagoniste di tremendi abusi alla popolazione civile, comprensivi di stupri, violenze ed uccisioni di massa.

Il capitolo più buio risiede nel genocidio dei Rohingya, del quale si hanno le prime testimonianze nel 2015 e ancora in corso. I Rohingya sono minoranza etnica musulmana locata ai confini del Bangladesh, i quali sono stati vittime di una vera e propria strage, che ha visto la privazione di decine di migliaia di vite sulla base di motivazioni di discriminazione religiosa e razziale, alla stregua di una vera e propria “pulizia etnica”. Tale condotta poi viene esacerbata dalla fuga dei Rohingya verso il Bangladesh, dove attualmente ne risiedono circa 700.000 in condizioni di sfollamento e in assoluta carenza di beni primari. Sono state riportate inoltre crudeli torture, esecuzioni e stupri di massa.

Il governo di Myanmar, nella persona di Suu Kyi, si chiama fuori dalla vicenda, sostenendo la propria innocenza e la responsabilità da attribuirsi unicamente all’esercito. Le parole citate in cima all’articolo, pronunciate da Suu Kyi di fronte alla Corte di Giustizia, nel processo condotto appunto per l’attribuzione allo stato asiatico della responsabilità di questi crimini contro l’umanità fanno trapelare che possa non esservi mai stata, davvero, una democrazia, ma che si sia sempre trattato di una dittatura mascherata, in grado di perseguire i propri scopi giocando alle spalle di una facciata amica alla comunità globale.

In questo contesto, nella notte, è addirittura arrivato l’arresto della leader con il ripristino della dittatura nel paese anche dal punto di vista formale. Si attenderà ora di vedere quale sarà la reazione della comunità internazionale, che sarà chiamata una volta per tutte a prendersi cura davvero della questione del Myanmar.

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