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Brasile, attacco ai palazzi del potere

In Brasile migliaia di sostenitori dell’ex presidente sono riusciti ad evadere i controlli e ad irrompere nella spianata dei Tre poteri.

Brasile

Nella notte a cavallo tra l’8 e il 9 gennaio, a Brasilia capitale federale del Brasile, migliaia e migliaia di seguaci dell’ex Presidente Bolsonaro hanno invaso la piazza dei Tre poteri dove si trovano il palazzo del Congresso, la Corte Suprema e il palazzo Presidenziale di Planalto.

La folla formata da 15-20 mila manifestanti, all’incirca, è riuscita ad evadere i controlli e a sfondare i cordoni di sicurezza che erano stati predisposti dall’esercito nelle ore precedenti, proprio per impedire loro l’accesso ai palazzi delle istituzioni.

Sono state ore di follia che hanno portato a circa 400 arresti, le immagini hanno mostrato una marea umana caratterizzata dai colori del Brasile, con la bandiera nazionale sulle spalle o la maglietta della nazionale di calcio.

Situazione politica

Già nei mesi precedenti all’attacco, i mesi delle elezioni presidenziali facevano intendere che a prescindere dall’esito vincente, il Brasile ne sarebbe uscito profondamente diviso.

La campagna elettorale è stata caratterizzata da una forte contrapposizione ideologica che ha visto la vittoria dell’attuale Presidente Luiz Inácio Lula da Silva con il 50,75% dei voti rispetto al 49,25% ottenuto dall’ex Presidente in carica Jair Bolsonaro.

Ma il malcontento da parte dei sostenitori dell’estrema destra si è fatto sentire fin da subito con la messa in atto di blocchi autostradali a sostegno del deposto Presidente con una conseguente apparente inerzia da parte della polizia brasiliana che con questo atteggiamento aveva già messo in guardia la magistratura.

Il rischio di una sommossa era quindi preannunciato, caratterizzato da un silenzio complice dell’uscente Presidente e un ritorno al potere da parte del Presidente Lula in data 1° gennaio.

Ritorno al passato

I ritorni storici di questa vicenda riportano alla memoria il golpe di Augusto Pinochet in Cile nel 1973 con la corporazione dei camionisti che ha tentato di paralizzare il Paese, così come è avvenuto in Brasile con i blocchi dei bolsonaristi sulle strade federali brasiliane.

Altro rimando storico a distanza di soli due anni non può che essere il riferimento all’attacco di Capitol Hill in America, con l’assalto ai palazzi del potere di Washington da parte dei sostenitori dell’ex Presidente Donald Trump.

Quel che si conta ad oggi sono scene di violenza, oltraggio e distruzione che hanno causato danni considerevoli.

Il Presidente Luiz Inacio Lula da Silva, visibilmente alterato, assicura che i “terroristi” saranno “puniti in modo esemplare”.

Nel frattempo, Bolsonaro ha respinto le accuse nei suoi confronti precedentemente fatte in un discorso del neopresidente affermando:

“Durante tutto il mio mandato sono sempre stato nel perimetro della Costituzione, rispettando e difendendo le leggi, la democrazia, la trasparenza e la nostra sacra libertà”; “Le manifestazioni pacifiche, secondo la legge, fanno parte della democrazia. I saccheggi e le invasioni di edifici pubblici come quelli di oggi, così come quelli praticati dalla sinistra nel 2013 e nel 2017, sono illegali“.

Data la gravità della sommossa, il presidente della Corte suprema federale ha deciso di rimuovere il governatore del distretto federale di Brasilia, Ibaneis Rocha, accusato “di non avere preso le misure necessarie per prevenire l’invasione e il saccheggio delle istituzioni democratiche”.

 

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