Muore il “Trinche”, la leggenda di Rosario




Venerdì 8 maggio Tomas Felipe Carlovich, da tutti conosciuto semplicemente come il “Trinche”, muore a causa dei traumi cerebrali provocategli da due ragazzi che, nel tentativo di sottargli la bicicletta, lo hanno aggredito e pestato.

Se ne va dunque in maniera così drammatica, a 74 anni, uno dei personaggi sportivi più amati dell’Argentina.
Questo non deve però indurci a pensare al Trinche come un campione plurititolato con centinaia di presenze per la propria nazionale all’attivo. Piuttosto tutto il contrario.

Carlovich non può infatti vantare quella che tutti definiremmo una carriera di successo. Egli, a parte qualche sparuta parentesi di poco conto, ha trascorso i suoi anni da calciatore nella Seconda Divisione argentina, il Central Cordoba (la terza squadra della sua città, Rosario), confrontandosi dunque non certo con i migliori giocatori che il palcoscenico calcistico mondiale potesse offrire tra gli anni ’70 e ’80.

Eppure, nonostante ciò, fu lo stesso Maradona, in una celeberrima intervista rilasciata durante la sua breve esperienza al Newell’s old boys, a riferirsi a lui come il miglior giocatore che avesse mai calcato i campi di Rosario, considerandolo quindi addirittura più forte di se stesso.

Tutto ciò potrebbe apparirci contraddittorio se non addirittura ironico, il che è abbastanza normale per il modo di vedere e vivere lo sport dalle nostre parti, in cui l’unica cosa che conta è il risultato e le valutazioni sul valore di giocatori e allenatori vengono inevitabilmente formulate in base a palmarès e albi d’oro.

Ma la memoria del Trinche è completamente slegata da tali criteri così freddi e oggettivi, poiché la natura di questo giocatore non permetteva di classificarlo in maniera, per così dire, ortodossa.

Egli era infatti un centrocampista dotato di immenso talento, con i piedi poteva far quello che voleva, e vederlo giocare era motivo di gioia, se non estasi, per tutto il popolo di Rosario. Leggende narrano addirittura che il prezzo dei biglietti delle partite variasse a seconda che Carlovich fosse sceso in campo oppure no.

Tuttavia al Trinche mancava l’altro elemento fondamentale affinchè potesse diventare uno dei calciatori più forti della storia: la mentalità.

Nessuna voglia di allenarsi e di seguire le direttive di un qualsiasi allenatore rendevano praticamente impossibile ogni tentativo di inserirlo in una squadra con grandi ambizioni. Ed ecco allora che possiamo finalmente spiegarci il perché un calciatore del suo talento non sia mai arrivato ai vertici del calcio internazionale.

Tuttavia vi fu un episodio, il quale esemplifica al meglio l’essenza di questo meraviglioso ragazzo, in cui Carlovich entrò in contatto con la Nazionale argentina, affrontandola da avversario.

Correva il 1974 e i biancoazzurri erano impegnati nella preparazione alla Coppa del Mondo che sarebbe andata in scena, da lì a breve, nella Germania dell’Ovest. L’allora C.T. della nazionale, Vladislao Cap, decise dunque di organizzare un’amichevole tra la sua squadra e una selezione dei migliori giocatori della città di Rosario.

Quest’ultima era composta di cinque giocatori del Newell, cinque giocatori del Rosario Central e, dulcis in fundo, proprio il Trinche. Il primo tempo fu uno spettacolo assoluto: Carlovich fece letteralmente girare la testa a tutta la nazionale argentina, rivelando una superiorità tecnica così palese da risultare imbarazzante.

Pertanto, giunto l’intervallo, Vladislao Cap implorò negli spogliatoi il mister della selezione di Rosario di togliere dal campo quel centrocampista fenomenale, poiché sarebbe stata un’umiliazione eccessiva esporre i suoi giocatori a cotanta impotenza anche durante la seconda frazione di gioco. Il mister acconsentì e Francovich non fece così ritorno sul terreno di gioco.

È inutile ribadire il motivo per cui quella partita è rimasta impressa nella storia del calcio argentino. Quei 45 minuti hanno chiarito a tutti che il Trinche è con ogni probabilità il più grande rimpianto sportivo del paese, un enorme talento non sfruttato a dovere.

Ma forse è proprio in ciò che consiste la grandezza del Trinche. Egli è la prova che il talento non esiste per essere sfruttato, bensì per regalare gioia ed emozioni a sé e a chi ci circonda. Carlovich ha fatto innamorare migliaia e migliaia di appassionati di football e, per questo soltanto, bisogna ringraziarlo e omaggiarlo.

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