Amnesty denuncia le morti in Iran

L’Organizzazione non governativa Amnesty International sta svolgendo da qualche mese diverse ricerche ed inchieste sui recenti avvenimenti registrati durante le proteste in Iran. Il popolo iraniano si è infatti riversato nelle piazze del paese, sin dal novembre scorso, per palesare il proprio scontento nei confronti del governo della guida suprema Ali Khamenei.

Le manifestazioni erano inizialmente scoppiate a causa delle difficoltà economiche attraversate da una cospicua percentuale della popolazione, tuttavia in seguito, soprattutto dopo l’abbattimento del Boeing ucraino perché scambiato con un missile nemico, le rimostranze si sono sempre più incentrate sulla gestione dei conflitti che coinvolgono la nazione.

Ad alimentare l’ira del popolo ha anche contribuito la tanto discussa decisione del Governo di oscurare i canali dei social media dei propri cittadini, al fine di impedire la diffusione via web delle immagini e dei video delle manifestazioni di protesta che avrebbero inevitabilmente arrecato un ulteriore danno alla stabilità politica delle forze al comando.

Come è ovvio che sia, durante il periodo di blocco dei social, i membri del Governo hanno al contrario continuato a fare uso di questi mezzi, sfruttando la ghiotta occasione di divulgare e diffondere le proprie ragioni e i propri punti di vista in maniera celere e quanto mai incontestata. Tutto ciò logicamente, essendo anche ridondante ribadirlo, in barba ad ogni principio di democrazia e libertà di parola.

Collegandoci ancora al tema dei diritti fondamentali negati al popolo, ricordiamo che, proprio in correlazione alla vicenda del velivolo ucraino erroneamente abbattuto, tre giornaliste iraniane decisero di lasciare la televisione e di chiedere scusa a tutti gli spettatori, in quanto si erano fatte per anni portavoce di menzogne e avevano pertanto numerose volte infranto il dovere di corretta e genuina informazione.

Queste premesse dovrebbero essere utile a comprendere meglio il motivo per cui così tante persone stanno scendendo in strada per protestare contro la leadership di Ali Khamenei e dei suoi stretti collaboratori, nonostante i rischi e i pericoli che le manifestazioni di dissenso politico possono comportare in Iran.

Possiamo così tornare a quanto anticipato sopra, ossia al lavoro di indagini effettuato dall’Amnesty International riguardo alle condotte con cui vengono represse, su base ormai quotidiana, le rimostranze del popolo. Secondo i dati raccolti dall’Organizzazione non governativa in parola, dall’inizio degli scontri le autorità iraniane sarebbero responsabili delle uccisioni di circa 1500 persone, tra le quali figurerebbero addirittura 22 minorenni.

Questi numeri, purtroppo, non devono affatto sorprendere, considerando che diversi testimoni dichiarano di aver assistito a scene raccapriccianti, in cui alcuni militari non si facevano alcuno scrupolo a puntare i propri fucili in direzione delle teste dei manifestanti e aprire il fuoco.

Questa triste vicenda è resa ancora più macabra dalle indiscrezioni che riportano le pressioni esercitate dal Governo nei confronti dei familiari delle vittime, minacciando di uccidere altri loro cari se mai avessero deciso di denunciare quanto accaduto.

La situazione interna iraniana è sicuramente tra le più complesse e gravi dell’attuale palcoscenico internazionale e, nonostante gli appelli provenienti dal resto del mondo, la soluzione appare più che mai lontana e sfuggente.

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