Borat, conoscere ed amare la “gloriosa nazione del Kazakistan”

Borat

Usciva ormai quattordici anni fa l’esilarante commedia di Larry Charles, interpretata da Sacha Baron Cohen, Borat-Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, una dissacrante parodia della visione mitizzata degli Stati Uniti d’America in giro per il mondo.

Nella pellicola del 2006 uno degli storici personaggi di Sacha Baron Cohen, Borat Sagdiyev, un giornalista kazako colmo di pregiudizi positivi e ammirazione nei confronti degli Usa, allo stesso tempo grande amante del suo paese. Proprio per questo motivo decide di accettare l’incarico del suo governo di imbarcarsi su un aereo per un viaggio coast to coast nel paese delle stelle e delle strisce.

L’obiettivo è raccogliere quante più informazioni possibili sugli Usa, considerati il massimo esempio di capacità produttiva e sviluppo e portarle in Kazakistan per aiutare la crescita del paese, secondo il governo ad un passo da diventare una potenza globale, dopo essere stato soffocato dal collettivismo sovietico per decenni.

In realtà Borat ha ben altri piani, incontrare la sua amata e idolatrata star di Baywatch, Pamela Anderson, per la quale il giornalista nutre un’ammirazione al limite della divinizzazione.

Il film ha una struttura piuttosto semplice, un classico road movie con una trama lineare, condito e reso piacevole oltremodo grazie al susseguirsi a ritmo serrato di esilaranti gag. Lo humor però non è alla portata di tutti, o meglio, della sensibilità di tutti. Infatti barzellette nere, su temi delicati sono all’ordine del giorno. Bersaglio preferito dell’autore sono gli ebrei, in una dissacrante autoironia (lo stesso Sacha Baron Cohen è di religione ebraica).

Il popolo ebraico viene rappresentato sarcasticamente come l’origine di tutti i mali, al punto che Borat preferisce scappare in piena notte nel deserto piuttosto che rimanere una sera in più nella casa degli americani che lo ospitano, dopo aver scoperto che sono ebrei. Arriva addirittura a rifiutarne il cibo, riferendosi alla religione ebraica come una malattia virale.

Il personaggio di Borat attira per il suo aspetto estrema simpatia: alto, baffuto, mingherlino e dai capelli improponibili. Lo schiaffo in faccia dello sceneggiatore è senza dubbio la sua deplorevole posizione sulla religione e sull’ebraismo in particolare.

Anche la questione sessualità è delicata per Borat. Si trova improvvisamente in un paese dove la sessualizzazione del prodotto commerciale è cosa abituale, mentre nel suo amato Kazakistan non v’è traccia, secondo il film,  neanche di un cartellone o di una gigantografia.

Non a tutti è piaciuta la dissacrante ironia di Borat. Mentre ha colto lo scherzo la comunità ebraica americana, il governo kazako (quello vero) ha mostrato sdegno per i contenuti proposti: in particolare sotto accusa sono finite le gag sulla presunta abitualità della pratica dell’incesto in Kazakistan (Borat sembra infatti avere una relazione con sua sorella, che descrive come “la prostituta numero due del paese). E’ stato giudicato come eccessivo l’antisemitismo di Borat, descritto come una vera e propria caratteristica del popolo kazako dal film, considerato un problema marginale dal governo.

L’obiettivo di Sacha Baron Cohen era quello di dissacrare, indignare e provocare. Mentre in Occidente, dove siamo abituati ad un certo tipo di ironia, il suo tentativo forse è caduto maggiormente nel vuoto, nel paese di provenienza del giornalista Borat da lui interpretato si è tramutato in un vero e proprio caso nazionale. Un premio di consolazione abbastanza importante per il comico britannico.

Cohen è abituato a pesanti critiche (basti pensare al suo programma molto critico dei repubblicani, alle sue interpretazioni di Ali G (celebre poiché intervistava spesso personaggi pubblici ma il travestimento era sufficientemente efficace da creare fortissimo imbarazzo nel momento in cui gli intervistati non se ne rendevano conto), l’aspirante rapper inglese-giamaicano e Bruno, il giornalista di moda gay austriaco.

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