Uganda e diritto di manifestazione, si esprime la Corte Costituzionale

Il governo ugandese aveva, nel novembre del 2013, approvato l’Atto sul mantenimento dell’ordine pubblico, destando forti perplessità e preoccupazioni riguardo alle limitazioni dell’esercizio della libertà di pensiero e manifestazione che sarebbero derivati da quella riforma.

Infatti, in virtù soprattutto della Sezione Ottava del decreto, le forze dell’ordine ugandesi hanno potuto sopprimere con violenza qualsiasi evento, seppur di natura assolutamente pacifica, organizzato dai membri o dai sostenitori dell’opposizione, impedendo loro di esprimere le proprie opinioni politiche che cozzassero in qualche modo con quelle della maggioranza.

Dunque, ben consce delle minacce per la democrazia che l’Atto portava con sé, diverse Organizzazioni volte alla tutela dei diritti umani, tra cui “Uganda Association of Women Lawyers” e “Human Rights Network Uganda”, avevano immediatamente adito la Corte Costituzionale, presentando un ricorso avverso tale provvedimento.

Così sul finire del mese scorso, a seguito della richiesta ricevuta, la Corte Costituzionale dell’Uganda si è espressa sulla questione, accogliendo le ragioni dei ricorrenti e sancendo l’annullamento della suddetta Sezione Ottava dell’Atto sul mantenimento dell’ordine pubblico.

Questa sentenza rappresenta ovviamente motivo di grande soddisfazione per l’intero popolo della nazione africana, in quanto costituisce un decisivo passo in avanti verso l’affermazione e la tutela del diritto alla manifestazione e del più particolare diritto alla protesta e all’opposizione, elementi in sé fondamentali per fornire un qualsiasi sistema del carattere di democraticità tanto invocato e bramato un po’ dappertutto.

Secondo quanto riportato dal sito ufficiale della ONG “Amnesty International”, durante i sette anni di vigenza dell’Atto in parola, le autorità hanno ostacolato in ogni modo l’organizzazione di concerti e raduni ideati dal famoso musicista e politico parlamentare dell’opposizione Robert Kyagulanyi, in arte meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Bobi Wine.

Quest’ultimo è sin dal 2018 indagato dalla magistratura ugandese per aver sollevato proteste contro l’introduzione di una tassa sull’utilizzo delle linee telefoniche e dei social media.

Proprio a questo ultimo riguardo è importante ribadire l’importanza quanto l’accesso ad Internet, e quindi anche alla vasta gamma di social network presenti sul mercato digitale, sia un fattore essenziale per il pieno esercizio delle libertà di espressione e di informazione.

Da ciò consegue l’impegno dello Stato a garantire a tutti i cittadini di poter usufruire agevolmente di queste piattaforme telematiche, rimuovendo quando necessario le barriere di accesso eventualmente presenti.

Di conseguenza appaiono quantomeno legittime le rimostranze avanzate da Bobi Wine, in quanto l’imposizione di queste tasse rappresentano in se stesse un ostacolo all’utilizzo dei social network, consistendo dunque in una violazione indiretta dei diritto correlati poco sopra menzionati.

In conclusione, per quanto la recente pronuncia della Corte Costituzionale sia di certo una nota lieta nel panorama dell’Ordinamento giuridico ugandese, il futuro riserva ancora diverse battaglie da combattere sul campo dei diritti umani, e ora più che mai la voce delle forze dell’opposizione risulta imprescindibile al fine di alimentare quel dibattito politico necessario per muovere ulteriori passi in avanti in direzione di nuove conquiste.

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