La Malesia dice no a 150 container di rifiuti provenienti dall’Occidente

La Malesia ha deciso di rispedire al mittente 150 container di rifiuti di plastica provenienti da alcuni degli stati più ricchi dell’Occidente (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada). Yeo Bee Yin, politica malesiana a capo del Ministero dell’Ambiente, ha affermato che questa scelta non è destinata a rimanere isolata, in quanto non è accettabile che una nazione diventi la “discarica del mondo”.

In realtà, la Malesia non è il solo paese ad essersi imbattuto in questo problema, in quanto una buona parte degli stati asiatici sono da tempo ormai considerati lo sbocco principale dell’enorme quantità di rifiuti prodotti incessantemente dalle nazioni più floride e produttive del mondo occidentale.

Così dunque, molte nazioni d’Oriente importano tonnellate di rifiuti di plastica dall’estero, allo scopo di riciclarli e ottenere di conseguenza prodotti ad un prezzo modesto. Il punto è che, tra i rifiuti che giungono in Asia, soltanto una minima parte è idonea ad essere sottoposta al processo di riciclaggio, mentre tutto il resto risulta fortemente inquinato e pertanto inadatto a qualsiasi riutilizzo.

Proprio per questo motivo, il “no” della Malesia è solo l’ultimo esempio di una graduale presa di coscienza da parte del continente asiatico, il quale sta man mano adottando sempre più provvedimenti per porre un argine a questo fenomeno tanto spiacevole quanto pericoloso.

Fino al 2017 la Cina rappresentava il maggior importatore di rifiuti dell’Asia, con conseguenze ambientali a dir poco disastrose, come magistralmente rivelato da Jiu-Liang Wang, produttore del docufilm “Plastic China”. Per far fronte dunque a questa emergenza, ad inizio 2018 il governo cinese ha messo in atto delle restrizioni sulle importazioni, ammettendo soltanto i rifiuti più adatti al riciclaggio.

Questa misura ha senz’altro diminuito il flusso di rifiuti verso la Cina, ma certamente non è altrettanto calato il bisogno degli Stati occidentali di disfarsi di vere e proprie montagne di spazzatura, non avendo questi ancora escogitato un piano idoneo a smaltire l’ingente cumulo di rifiuti prodotto quotidianamente.

Di conseguenza, altri paesi asiatici hanno rapidamente preso il posto precedentemente occupato dalla Cina. Oltre alla già citata Malesia, anche il Vietnam, la Cambogia, l’Indonesia, la Thailandia e Taiwan sono diventati i destinatari “privilegiati” delle esportazioni di spazzatura derivanti dal resto del mondo.

Dopo pochissimo tempo, anche questi paesi hanno realizzato che la pratica di importazioni in parola non arreca abbastanza benefici economici da compensare il disastroso impatto ambientale provocato. Infatti, come precedentemente ribadito, la percentuale di rifiuti utile al riciclaggio e quindi alla produzione è così esigua da non poter costituire un ragionevole incentivo per i paesi in via di sviluppo per perpetuare questa discutibile scelta imprenditoriale, la quale sta sempre più assumendo i contorni di un suicidio su scala nazionale.

Pertanto, ora quasi tutti i paesi convolti da questa pratica stanno iniziando ad adottare testi normativi al fine di controllare il flusso di importazioni, sia dal punto di vista quantitativo, sia da quello qualitativo (accettando per esempio solo rifiuti di un determinato tipo, che possa soddisfare le esigenze di produzione della nazione importatrice).

Proprio su questa scia si colloca la Convenzione di Basilea, firmata nel maggio del 2019 e che entrerà in vigore all’inizio del prossimo anno, la quale stabilisce che solamente i rifiuti già smistati, puliti e facilmente riciclabili potranno circolare liberamente. Al contrario, tutti gli altri rifiuti potranno essere oggetto di esportazioni a condizione che gli Stati importatori prestino preventivamente il proprio consenso informato.

Ovviamente è ancora presto per poter dire se questa innovazione possa essere decisiva o meno per migliorare le condizioni ambientali in cui versano molte nazioni del continente asiatico, tuttavia è fuor di dubbio quanto sia essenziale che si inizi ad adottare provvedimenti su base internazionale, poiché questo appare essere l’unico modo possibile per raggiungere una soluzione soddisfacente ad un problema che coinvolge ormai tutto il pianeta.

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