Rotta balcanica, cronaca della strage dei dimenticati

Nel raccoglimento per le infelici vicissitudine sanitarie ed economiche interne al nostro paese, si è venuta a creare una cortina di oscurità verso tutto quanto accade all’esterno che ha fatto scendere il silenzio in merito a tutto quanto accade all’estero, fuori dall’Italia e fuori dalla pandemia.

In prima persona, in questo silenzio spiccano le centinaia di migliaia di rifugiati che formano la rotta balcanica, partente da Iraq, Afghanistan, Siria e Medio Oriente in generale, tra Grecia e Slovenia e che si conclude facendo capolino alle porte proprio del nostro paese, girato di spalle a trattare la linea immaginaria di confine come una spessa parete insonorizzata. La rotta balcanica non ha trovato interruzioni nel periodo Covid, ma ha trovato un’accoglienza ancor più fredda in tema di rispetto dei diritti umani, oltre che un clima ancor più freddo, non un tema secondario se non si ha un tetto sopra la propria testa.

A seguito dell’apertura dei confini tra i paesi balcanici, gli ultimi dei quali hanno fatto ingresso nel sistema dell’Unione Europea nel 2015, il flusso balcanico è massicciamente aumentato, non riscontrato da un’uguale aumento nella capacità di accoglienza dei paesi. Addirittura, la Grecia è stata ufficialmente considerata dall’Unione Europea nel 2015 come un paese non idoneo all’accoglienza di richiedenti asilo per non essere in grado di garantire il rispetto dei più basilari diritti umani e per il pericolo grave di trattamenti inumani e degradanti.

Nel 2016, con un accordo tra Unione Europea e Turchia, era stata dichiarata la chiusura dei confini tra i paesi balcanici, accompagnati da una tempestiva

Nel 2020 aveva destato un certo scalpore la denuncia proveniente dall’ong No Name Kitchen riguardo alla pratica della polizia croata di segnare i migranti con una croce, spruzzata con una bomboletta, sulla testa. Se si trattasse di umiliazione, o di tentativi di traumatizzazione, non è stato chiarito, ma è evidente che il trattamento riservato a questa fetta di individui costituisca un  grave pericolo per i diritti umani e una eventuale macchia indelebile per l’Unione Europea.

È proprio a quest’ultima protagonista che viene richiesta un grande impegno attivo nel risolvere la questione, in bilico tra l’affermazione dei più basilari diritti umani e tra la difficoltà immensa che comporterebbe la ridistribuzione totale, soprattutto al netto del fatto che occorrerebbe una rapidissima revisione dei più basilari principi riguardo alle responsabilità dei paesi d’approdo, come auspicata anche dal neo-ministro Draghi.

In questi giorni, ha attirato l’attenzione la situazione dei richiedenti bloccati tra Bosnia e Serbia, paesi spaccati dai fatti di tardo Novecento, e ancora alle prese con scissioni di tipo etnico molto considerevoli. La Bosnia, in particolare, è un paese molto povero, sul quale l’Unione ha investito collocando 75 milioni di euro, destinati da questi nella manutenzione dei campi, che rimangono ancora in condizioni pietose. Si denota dunque la contraddizione nel comportamento della comunità europea e ci si attende che sia quest’ultima ad avviare una rivoluzione.

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