Si sblocca il Recovery Fund

È caduto il veto di Ungheria e Polonia al Recovery Fund, secondo Bloomberg Business. La fonte americana ha infatti affermato con certezza che il viceministro polacco ha confermato l’intenzione di cedere all’ultimatum imposto dall’Unione Europea. Nei giorni scorsi era aleggiata la possibilità che l’Unione procedesse ad un “aut aut” nei confronti dei due paesi, oltre al crescente sentimento di impazienza tra le file degli stessi eurogruppi. Il premier ungherese Orban era stato infatti minacciato di un’espulsione dal partito popolare europeo da parte del capogruppo Weber.

La notizia, per quanto non confermata, sbloccherebbe il rilascio dei fondi per la ripresa post-covid e offre un’altra dimostrazione del fatto che l’opposizione di principio da parte di un esiguo numero degli stati alle scelte di maggiore importanza per l’Unione viene sovrastata dalla maggioranza. Va specificato che l’opposizione in questa ipotesi rispondeva a ragioni ben lontane dai concetti fondanti dell’Unione Europea, come il rifiuto dei principi fondamentali dello stato di diritto e che la scelta di un ultimatum da parte della confederazione comunitaria è stata per questo motivo quasi obbligata.

Nel compromesso si segnala l’attività fondamentale di mediazione svolta dalla Germania, la quale si è occupata di cercare un punto d’incontro con i due paesi sovversivi.

Intanto, si discute sulle possibili conseguenze che potrebbe avere questo veto, indipendentemente dall’accordo trovato, nelle dinamiche interne tra i paesi dell’Unione Europea. Le dichiarazioni negli ultimi giorni da parte del presidente ungherese Orban, che ha preso ad esempio l’Inghilterra e la posizione di questa nell’operazione vaccini a dimostrazione dell’efficacia che ha avuto la scelta di abbandonare l’Unione Europea. In particolare, le parole di Orban sono state propriamente indirizzate ad indicare che forse, nell’ipotesi in cui l’Ungheria fosse stata posta a fronte di un ultimatum, l’ipotesi di un divorzio non doveva spaventare più di tanto.

I due paesi riceveranno un totale di 180 milioni di euro, che corrispondono al 30% del prodotto interno lordo totale dei due paesi. Al netto di questi numeri, che dimostrano certamente una grande opportunità per la ripresa di Ungheria e Polonia, a maggior ragione viene dimostrata la disillusione nei confronti dello sforzo comunitario e diventa necessario porsi la domanda se gli orizzonti, soprattutto a livello di diritti fondamentali, di questi due paesi siano eccessivamente lontani da quelli richiesti dall’Unione, o se ci sia ancora un’essenza di quel deficit di democraticità che è stato spesso rimproverato.

La verità è che il rigetto nei confronti dell’Unione, per Polonia ed Ungheria, fino a questo momento, è dovuto ad un alone di sospetto riguardante le politiche economiche e gli sforzi economici, soprattutto, che sono richiesti ai vari paesi. Si potrà vedere forse un cambiamento con un dialogo maggiore e collaborativo tra gli eurogruppi parlamentari, ma è anche innegabile il ruolo del sovranismo nelle dinamiche di Bruxelles.

Si attende inoltre, rimanendo nella mura nostrane, che riguardo al Recovery Fund, l’Italia sia pronta a formulare un piano concreto di investimenti, la cui necessità, superato il primo ostacolo del veto, si fa più imminente.

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