Ungheria e Polonia, la testarda sovversione nei confronti dello Stato di Diritto

“Uno spettro si aggira per l’Europa…”, scrivevano Marx ed Engels nel 1867, con riferimento al graduale aumento del sentimento comunista che univa le classi operaie dei paesi europei e la cui unione avrebbe, a detta loro, potuto sovvertire gli intrecci di potere dei “padroni”. Il nuovo spettro che si aggira per l’Europa ambisce invece alla frammentazione, lo spettro del sovranismo.

Sebbene formalmente i governi ungherese e polacco non facciano parte del gruppo europarlamentare sovranista, è indubbio che la propensione di questi due paesi sia quella di ridurre il potere centripeto esercitato dall’Unione Europea e di poter esercitare i propri interessi pacificamente senza molte intrusioni da parte dell’istituzione comunitaria.

Negli anni più recenti, tuttavia, il desiderio di maggior potere è confluito nell’area della violazione di diritti umani ritenuti fondamentali e, ancora meno accettabile, di principi basilari dello Stato di Diritto, pur rimanendo i due stati fermanete intenzionati a continuare a far parte di quell’Unione Europea che poggia proprio su quegli stessi principi calpestati.

A lungo era stata domandata una reazione da parte dell’Unione alle più recenti preoccupazione manifestate da un ampio numero di categorie di soggetti, a partire dalle organizzazioni non-governative, arrivando fino (e soprattutto) alla categoria della magistratura, e quell’atteggiamento da cunctator percepibile nei palazzi di Bruxelles, limitatisi a timide reprimende, era apparso come una sorta di resa, o di tacita ammissione di non poter fare più di tanto.

Per la verità, contravvenire ai basilari principi dell’indipendenza della magistratura, o del divieto di discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale dovrebbero essere sufficienti a, perlomeno, minacciare la perdita del diritto di voto, ma l’Unione Europea ha deciso di agire in maniera meno esplicita.

È stato disposto che gli aiuti economici post-pandemia, tra i quali il Next Generation EU, sarebbero stati erogati solamente a condizione che la legalità costituzionale venisse rispettata dai paesi a cui i fondi sono destinati. Messaggio indiretto, ma nemmeno troppo velato, diretto a Budapest e Varsavia e recepito da questi esprimendo il diritto di veto all’approvazione del bilancio pluriennale. Fondi bloccati, per il momento, dunque.

Sull’approvazione del bilancio non dovrebbe esserci nulla da temere, in ogni caso, in quanto la storia europea dimostra che l’opposizione di una minoranza di singoli stati non rappresenta un grosso problema. Quello che davvero conta è l’atteggiamento dei due paesi, quantomai intenzionati a mettere in discussioni orizzonti di civiltà che appaiono scontati in tutto il mondo, tra i quali, per entrambi i paesi, la tripartizione dei poteri e l’indipendenza della magistratura.

Il governo polacco prima e quello ungherese poi hanno prepotentemente violato lo spazio riservato al potere giudiziario, alla libertà d’espressione dei media, venendo osservati dall’alto dall’Unione Europea, che si è vista per la prima volta in serie difficoltà con la minaccia dello spettro sovranista. All’interno dell’europarlamento è sempre più flebile la fiducia in un sistema simil-federale e le mosse esplicite di Ungheria e Polonia sembrano quasi voler tastare il terreno per vedere fino a dove è possibile spingersi.

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki

La verità è che l’espulsione, suggerita anche dal primo ministro olandese Rutte, con le cui posizioni nette anche l’Italia si è trovata a fare i conti, non è affatto semplice, né in termini dello strumento giudiziario concretamente attuabile, né in termini di conseguenze per il resto dei paesi dell’Unione. Rimane la sospensione del diritto di voto, meno rigida, ma sanzione ugualmente severa, che l’Unione sembra star valutando.

Nel frattempo, i report di Amnesty International riguardo i due paesi manifestano una crescente preoccupazione in termini di indipendenza della magistratura, discriminazione razziale e di genere e libertà d’espressione o di manifestazioni. Sono in crescente numero gli episodi di violenza per mano di forze pubbliche nei confronti dei cittadini e di violenza sulla base di motivi discriminatori o razziali.

Nel momento in cui l’esercizio dei diritti di partecipazione all’interno dell’ingranaggio europeo incominciano a porre un ostacolo al buon funzionamento della macchina stessa, sembra inevitabile che a Bruxelles qualche posizione debba venir presa.

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