In India un muro per Trump

Il nome di Donald Trump, come purtroppo si sa, è da tempo legato a muri, barriere e a qualsiasi altra costruzione che abbia come scopo quello di dividere e separare. Nelle ultime settimane questo collegamento è ancor più stretto e più forte, anche se stavolta il tycoon non ne è direttamente responsabile.

In vista della visita del Presidente degli Stati Uniti e della First Lady in programma settimana prossima in India, Narendra Modi, il leader del governo del paese asiatico, ha da qualche giorno dato ordine di erigere un muro, alto circa due metri e lungo 400, presso la città di Ahmedabat, città situata nello Stato di Gujarat e che rappresenta la prima tappa del viaggio intrapreso da Trump e consorte.

Il muro in costruzione, secondo quanto riportato dal Premier Modi, servirà a rendere più ordinata e pulita la città, oltre ad essere molto utile per incrementare il livello di sicurezza del luogo. Sembrerebbe dunque tutto normale e perfettamente in regola: la realizzazione della barriera di mattoni e cemento in questione rientrerebbe in un piano di abbellimento di Ahmedabat, il tutto finalizzato, apparentemente, ad un maggiore benessere dei suoi cittadini.

Tuttavia, ad uno sguardo più attento, la dichiarazione ufficiale di Narendra Modi sembra nascondere scopi molto meno genuini e filantropici. Infatti, al termine dei lavori, il muro innalzato andrà a celare dietro di sé la baraccopoli Sarania Vaas, uno dei quartieri più poveri e fatiscenti dell’India, che sorge proprio in contiguità al tragitto che condurrà gli ospiti statunitensi dall’aeroporto allo stadio di Motera, il gioiello architettonico destinato a diventare il più grande stadio di cricket al mondo e che verrà inaugurato da Donald Trump proprio in quella occasione.

Pertanto, appare evidente come il vero obiettivo del muro ideato da Modi sia quello di nascondere agli occhi del Presidente statunitense le condizioni di povertà e degrado in cui una parte dei cittadini di Ahmedabat versa.

Questo tentativo di riporre l’immondizia sotto il tappeto risulta ovviamente inaccettabile: la terribile situazione di difficoltà sofferta dagli abitanti di quella baraccopoli deve essere affrontata di petto quanto prima possibile, anziché ignorarla e far finta che tutto vada per il meglio. La costruzione di questo muro, nonostante sia stata progettata ad hoc per l’arrivo di Trump, lancerà comunque il pessimo e disumano messaggio secondo cui vi sono cittadini di serie A e serie B, e che i secondi non sono degni di condividere i luoghi frequentati dai primi.

Questa triste pratica di ghettizzare i ceti più umili e separarli dal resto della società è purtroppo alquanto comune in giro per il mondo, soprattutto in nazioni come Qatar ed Emirati Arabi, nei quali il frenetico sviluppo del capitalismo e dell’economia ha lasciato indietro parecchie persone, causando così un profondo squilibrio tra le condizioni di vita degli abitanti di uno stesso posto. Di conseguenza i governi di questi paesi, invece di provare ad assicurare a tutti almeno uno standard minimo di benessere, si impegnano a recintare coloro che non tengono il passo con il progresso in zone isolate e lontane, preservando così il lusso delle proprie città ed accentuando la sensazione di segregazione percepita e sofferta dai più sfortunati.

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