Coronavirus: la ripresa non può passare per un “atto d’amore”

coronavirus

Nella giornata del 28 aprile, durante la sua prima conferenza stampa in Lombardia dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato dei possibili sviluppi della cosiddetta “Fase 2”, dei rischi di un ritorno alla totale serrata, delle difficoltà economiche che arriveranno alla fine dell’emergenza sanitaria (e che stiamo cominciando a vedere).

Parlando di come si evolverà il mercato dei prestiti, un elemento vitale per la sopravvivenza delle imprese che in questo momento, seicento euro o no, sono in gravissimo affanno per colpa del lockdown imposto dal Coronavirus, citando la necessità di un “atto d’amore” da parte delle banche nei confronti del paese.

Questa espressione, visto anche il recente passato, diciamo non proprio limpido, delle banche italiane, ha destato anche una certa ironia da parte ad esempio del giornalista Nicola Porro, da sempre una delle voci più critiche nei confronti del presidente del Consiglio.

Purtroppo la crisi del settore del credito è a rischio e anziché sperare in atti d’amore, bisognerebbe osservare come si comporta il governo in situazioni di difficoltà per le banche fuori dall’Europa. Ad esempio, negli USA, i “colpi di bazooka”, con potenti immissioni di liquidità nel sistema bancario, sono all’ordine del giorno.

Prestiti interamente garantiti dallo stato, in modo da consentire alle banche di abbassare gli standard necessari per concedere un prestito ad imprese e privati, in modo da rilanciare i consumi e innescare la ripresa economica. Perché non si può chiedere un “atto d’amore”?

Perché le banche sono prima di tutto imprese, perché non fanno beneficenza. Non perché non vogliano, o meglio, è sicuramente così ma è del tutto irrilevante, semplicemente non possono perché quei soldi non sono i loro. Appartengono prima di tutto ai risparmiatori.

Se le banche abbassassero la guardia, tornando all’epoca dei mutui sub-prime, con nessuna o pochissime verifiche di affidabilità creditizia, senza alle spalle la garanzia di governo e banca centrale che consentono un rimborso in caso di insolvenza, il collasso del sistema finanziario renderebbe l’attuale crisi economica l’ultimo dei problemi.

Il compito del governo italiano, che deve per forza di cose confrontarsi con la Banca Centrale Europea e convincerla ad attuare un’immissione di moneta di gran lunga superiore a quella attuata finora è garantire per il 100% di quei prestiti nei prossimi anni, ricorrendo alla stampa di moneta. Il rischio, come sempre è quello dell’inflazione.

inflazione

Il timore di un aumento sconsiderato del livello dei prezzi è da sempre la paura più diffusa tra gli economisti dell’Eurozona, mentre non sembra preoccupare particolarmente quelli nipponici o statunitensi, dove la stampa di moneta è all’ordine del giorno quando ci si trova di fronte a crisi sistemiche.

L’errore nella vulgata economica sul concetto di inflazione e sui rischi connessi ad essa è che questa sia legata esclusivamente alla quantità di moneta circolante. In realtà l’inflazione dipende sia da questo ma anche e soprattutto dalla domanda di moneta, quante persone vogliono detenere denaro in forma liquida e in che quantità.

Questo approccio, definito teoria monetarista, è stato ideato da Milton Friedman, proprio l’economista a cui la maggior parte del mondo accademico si ispira, ma questo suo consiglio viene deliberatamente ignorato nel dibattito sull’economia.

Se temiamo l’inflazione, qualcosa di assolutamente condivisibile (come la definiva Einaudi “una tassa iniqua” perché colpisce tutti allo stesso modo, gravando di conseguenza sui più poveri), dobbiamo liberarci della paura di ricorrere alla stampa della stessa in momenti di grave mancanza di liquidità.

Infatti, nei prossimi mesi decine di imprese e aziende si precipiteranno in banca chiedendo prestiti per coprire le perdite degli scorsi mesi (e chissà di quanto tempo ancora), la domanda di moneta quindi schizzerà alle stelle. Proprio lì sarà il momento di iniettare liquidità stampando moneta e concedendola alle banche, garantendo il rimborso da parte dello stato in caso di insolvenza dei prestiti.

Il rischio di inflazione non deve preoccupare in un primo momento proprio perché la domanda di moneta è altissima e non c’è rischio di saturarla. Dopodiché, e qui vengono i ragionevoli timori, c’è il rischio che il sistema economico venga investito dalla troppa moneta in circolazione a crisi finita, scatenandone un’altra. Come fare per evitarlo?

Il metodo attraverso il quale la moneta passa dalla banca centrale alle banche è ancora una volta un prestito. La Bce dovrebbe fornire prestiti a tasso variabile molto basso alle banche, con scadenze molto distanti nel tempo in modo da tranquillizzarle. Riflettiamo sullo strumento del tasso variabile.

In un momento come questo dove la liquidità scarseggia, un tasso molto basso, ipotizziamo dell’1%, consente di mandare moneta in circolo nel sistema. Ipotizziamo una banca che riceve 100 euro in prestito dalla Bce ad un tasso pari all’1%, che la banca centrale può alzare fino al 5%. Tra dieci anni, quando il prestito scadrà, la Bce osserverà l’andamento dell’economia.

Prima ipotesi: il sistema necessità ancora liquidità perché la domanda di moneta è ancora molto alta. La Bce manterrà il tasso all’1% così alla banca rimarranno 99 euro da investire in prestiti. Seconda ipotesi: l’inflazione sta aumentando, c’è fin troppa moneta circolante rispetto alla domanda della stessa, la Bce la riduce alzando il tasso al 5% lasciando alla banca solo 95 euro.

Applichiamo questo esempio per l’intero sistema bancario ed ecco che la quantità di moneta in più o in meno è enorme.

L’atto d’amore di cui parla conte può essere utile solo se lo intendiamo in senso contrario: io governo/banca centrale fornisco alle banche la possibilità di rispondere alla crisi concedendo prestiti più facilmente, il patto è quello di non abusarne per cercare di evitare tra dieci anni di ritrovarci in un nuovo credit crunch.

Per questo motivo le istituzioni di vigilanza bancaria devono essere potenziati, con nuove assunzioni presso Bce e Banca d’Italia in modo da vigilare sull’operato futuro delle banche. Consentire senza garanzie che le banche facciano credito è un rischio enorme.

Le banche, è bene ricordarlo, non tirano fuori i soldi dal nulla. Concedono prestiti grazie ai soldi raccolti dai nostri risparmi, farlo senza garanzie vuol dire correre il rischio che il nostro denaro si volatilizzi. Per questo l’atto d’amore come lo intende Conte può essere addirittura dannoso.

Lo Stato deve emergere proprio in questi momenti di difficoltà, non può proprio ora nascondersi dietro il dito del libero mercato che si autoregola, perché questi shock sono talmente devastanti da alterare ogni percezione ed aspettativa.

La pianificazione del mercato dei prestiti è l’unica alternativa. Certo è che un ricorso all’austerità potrebbe solo aggravare il tutto, siamo in crisi perché le aziende non hanno denaro a disposizione, possiamo aiutarle privandole di quel che gli resta?

Anche le risorse alternative e solidaristiche, pur con le loro buone intenzioni, Eurobond, Coronabond Recoverybond, fondi europei, 600 euro, sono risorse molto modeste, per quanto assolutamente utili, rispetto alle dimensioni epocali della crisi che ci si prospetta davanti.

Dieci volte, forse di più, quella del 2008, che è stata un vero e proprio spartiacque nella storia dell’economia e nella situazione geopolitica internazionale. Non la si può pensare di affrontare con piccoli strumenti, per quanto assolutamente possano aiutare, né con la severità fiscale che deprime la domanda.

E’ proprio la domanda ad essere in difficoltà, non tanto l’offerta, come il clamoroso caso del crollo del prezzo del petrolio dimostra. Nessuno vuole o può comprare, così i prezzi precipitano e le aziende vanno in malora rimettendoci ad ogni vendita. Austerità fiscale, toccare gli stipendi già martoriati etc… vuol dire solo aggravare tutto ciò.

La domanda va sostenuta e questo può farlo solo lo stato. La sfida che ci si pone davanti è epocale, un vero e proprio appuntamento con la storia, come lo ha definito correttamente il presidente del Consiglio Conte, cure palliative non sono sufficienti.

Il mondo si prepara ad attraversare la sua fase più buia dalla fine del secondo conflitto mondiale e la soluzione è solo un ripensamento profondo del sistema economico (non certo in chiave marxista) che rifiuti che una rovinosa crisi, che causa milioni di poveri, possa essere accettata come parte di un ciclo. La crisi non va assecondata ma va evitata.

Un governatore della Bce qualche anno fa usò una frase ad effetto, che oggi dovrebbe risuonare nelle videoconferenze dei potenti del mondo: “whatever it takes“, a qualunque costo. Se evitare questa crisi vuol dire correre il rischio di causarne una tra vent’anni, questo è un rischio che dobbiamo accettare di dover correre.

Anche e soprattutto per far sì che il sacrificio dei molti fatto per salvare un innumerevole quantità di vite umane non venga vanificato dal peggiore dei morbi, ossia la povertà.

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