Binario 95: quando la povertà è data dai rapporti umani e non da fattori economici

Aiutare gli altri. In un’epoca dove non si saluta più neanche chi si incontra per strada sembra quasi un anacronismo pensare anche soltanto di dare una mano al prossimo. Lavoriamo tanto, si torna a casa tardi la sera, contatti umani pari a zero se non con i colleghi e il cassiere del momento. Una freddezza che ci rende sempre più lontani gli uni dagli altri, nel secolo del social, dove si fa fanti di essere aperti, amici di tutti è quasi assurdo invece pensare che ci siamo ridotti così. Ci basta dare due monetine al ragazzo che ci ferma per strada, o almeno al quinto o al sesto che incontriamo ogni giorno e che non ricorda che già una settimana fa gli avevamo dato qualcosa. Basta quella moneta che facciamo scivolare fuori dalla tasca per farci sentire utili al mondo, buoni, degni di camminare a faccia alta. Ma poi quello che accade dopo a quel giovane, o all’anziano che dorme per strada avvolto nei cartoni e nelle coperte trovate chissà dove, in fondo… cosa ci importa? L’importante è stare in pace con noi stessi.

Beh un tempo non era così. Chi ha veramente sofferto la fame, chi ha vissuto la guerra, chi ha dovuto tirarsi su le maniche e lavorare per avere una casa… sembra che stiamo parlando di un altro mondo o di un film girato per lasciarci a bocca aperta, perché in finale noi, non sappiamo cosa sia vivere nel disagio vero. Eppure c’è chi il freddo lo sente fin dentro le ossa, c’è chi ha fame senza sapere fino a quando sentirà la pancia brontolargli sotto al naso, c’è chi è solo e accantonato dalla società perché la sua vera diversità è essere trasparente. Ai nostri figli stiamo insegnando la paura al posto della generosità. “Non salutare, allontanati, non dare confidenza“. La paura che ci fa rinchiudere nelle nostre case, barricandoci dentro e lasciando tutto il mondo fuori. Attaccati a quello che abbiamo perché il domani non è certo. Nella nostra vita alla fine dei giochi ci siamo solo noi e chi la sera viene chiuso nelle stesse nostre quattro mura, con quelle mandate che al solo rumore ci fanno sentire “a casa”. Peccato però che fuori c’è un mondo intero e non è poi così difficile pensare che al posto loro potremmo esserci noi, i nostri figli. Fortunatamente c’è chi però ha aperto il cuore e la mente alle realtà che ci circondano e non solo a quelle che viviamo. C’è chi lascia gli occhi aperti di fronte a quello che normalmente spaventa e riesce persino a vedere al di là di quella trasparenza che rende silenzioso tutto quello che non vogliamo scoprire.

Mi ricordo ancora quando poco più che maggiorenni, Fabrizio Schedid mi raccontava che la notte andava con la Caritas ad aiutare i senza tetto, in giro per la stazione Termini perché il freddo era terribile per chi doveva passarla senza una casa. Una coperta e una bevanda calda per proteggersi dalle tenebre di una città così poco accogliente, una città che moltissime volte era la propria. Aiutare gli altri è una vocazione e solo chi ne viene avvolto veramente a distanza di anni ancora si mette al servizio dei meno fortunati. Nella scuola dei mie figli sento parlare di Binario 95, nuovamente ecco Fabrizio insieme a Luca Bernuzzi, altro amico di quartiere con cui da ragazzini si andava a fare volontariato. Siamo partiti da Casa Betania dove pian piano tanti giovani e tanta brava gente hanno fatto si che da una semplice casa si arrivasse a un punto di riferimento capitolino per le giovani ragazze madri. Io mi sono fermata lì ed è stato bellissimo sapere che altri invece sono andati avanti e poi avanti ancora, perché fare del bene non ha fine e se hai quella famosa vocazione non ne puoi propio fare a meno. Binario 95, dicevamo, con la mente mi riporta a quella Stazione Termini di tanti anni fa, fatta di buio, di povera gente che trovava conforto in quella bevanda calda e che ora, grazie a loro e a tanti altri volontari possono sperare in una vita migliore. Ne parlo con Fabrizio Schedid, coordinatore del centro, e mi si apre davanti una realtà che troppo spesso cerchiamo di dimenticare. Partiamo dall’inizio: Binario 95 è una Cooperativa Sociale fondata da Alessandro Radicchi, presidente della Onlus che lo gestisce, grazie alla concessione dei locali in comodato d’uso gratuito da parte di Ferrovie dello Stato.

Il punto principale di quello che accade è proprio una società malsana, dove la gente si ritrova per strada non principalmente per una povertà dovuta alla mancanza di denaro, ma per colpa dell’assenza di una comunità vera e propria che sia la famiglia o un territorio amicale su cui si può contare. Chi si ritrova senza uno di questi punti di riferimento non ha più motivo di combattere e così crolla l’autostima. Essere un “senza dimora” è un fenomeno prettamente legato alle grandi città. Difficile trovare un gap del genere nei piccoli centri, perché nei paesi dove la comunità è più piccola di quelle presenti nelle metropoli, si prende cura di ogni cittadino e lo sostiene anche in caso di estrema povertà.

Parlare di Binario è parlare delle persone che ne fanno parte, volenti o nolenti. Fabrizio ci tiene a specificare che senza fissa dimora è un modo sbagliato per indicare gli ospiti di Binario 95. Non è la dimora che manca a queste persone, o almeno non solo quello che indica nello specifico questo termine perché a loro manca una casa con tutto quello che contiene e che ne consegue. Una casa piena di amore, di affetti, di certezze e non solo quattro mura dove trovare riparo la notte. Binario è fatto di nomi, di volti e di storie diverse l’una dall’altra, di interventi differenti come differenti sono gli approcci di ognuno di loro nei confronti degli altri. In Cooperative come Binario la finalità è quella di ricreare una vita normale di relazioni, attraverso laboratori, assistenza, orecchie per ascoltare e voci per passare il giusto messaggio. Ricreare una vita normale, proprio perché molti di loro una vita normale prima l’avevano. C’è chi l’ha persa a seguito di una separazione, chi ha perso il lavoro, chi è vittima della guerra o ha perso la propria famiglia di origine. Di strade ce ne sono tante, più o meno brutte, più o meno tortuose ma tutte portano a cercare riparo nella Stazione, tra le vie nascoste del centro, nel diventare come fantasmi trasparenti agli occhi di chi li ha resi così. Fabrizio mi racconta alcuni aneddoti, di persone dignitose, leali, che una volta avevano ruoli importanti all’interno della società: chi era ufficiale della Finanza, chi aveva famiglie agiate alle spalle. Alcuni di loro pensano anche di non aver diritto all’aiuto che gli viene offerto proprio in nome di quella onestà che li vede su un livello sbagliato. Gente che resta come congelata in una situazione di non ritorno dove non ci si sente all’altezza di ricevere un aiuto proprio perché si pensa di essere causa di sé stesso, quasi a togliere aiuto a chi ne ha più bisogno. Molti di loro impiegano lunghissimi percorsi prima di accettare di essere aiutati, di uscire da quel famoso congelamento che li tiene sospesi nel nulla. Possono passare anni, molti di loro restano incastrati metaforicamente tra i binari di quella Stazione che allo stesso tempo gli offre riparo tenendoli però lontani dalla realtà, dalla vita vera, dal cielo stellato.

Ma così restiamo incastrati anche noi, nelle nostre false idee, nei preconcetti, nelle paure di una società fatta di persone con gli occhi chiusi e il cuore ormai troppo stretto per dare più di quella moneta a chi mendica in strada. Come possiamo fare per uscire da questa impasse? Ecco che Fabrizio mi offre una via di uscita, parlandomi di un progetto che Binario sta svolgendo con le scuole. Una di queste è la Scuola media Vittorio Alfieri, di Roma, in un quartiere bene pieno di tutta quella gente che viene solo sfiorata dai problemi della Stazione Termini. Grazie alla collaborazione della Preside Carla Alfano e di professori come Paola Apostoli e Amedeo Scutiero (quest’ultimo con i laboratori di musica) i ragazzi, coloro che potranno offrire a tutti un futuro migliore se le cose cominceranno a cambiare, arrivati alla Terza media possono avvicinarsi a questa realtà andando il sabato mattina a Via Marsala, nei locali di Binario 95. La ricchezza di questi incontri è duplice: se da un lato i giovani arrivano a capire cosa sia la povertà e l’aiuto, diventandone parte attiva, dall’altro gli ospiti di Binario prendono coscienza che loro stessi possono trasmettere valori ai più giovani, facendo uscire alla luce il loro senso paterno e materno.

Diventare comunità vera e accogliente è possibile anche nelle grandi città e la ricchezza che se ne ricava è per tutti, non quella data dai soldi e dalla voluttà dei beni materiali, ma dall’accrescimento dei nostri cuori, troppo avvizziti e miseri, che non conoscono più i reali valori della vita.

Chiedo a Fabrizio un episodio che in tutti questi anni lo abbia colpito in modo particolare:

Moutin era un 50enne del Bangladesh, ex funzionario pubblico in patria, laureato in giurisprudenza, venuto in Italia come rampollo della famiglia per fare soldi e mantenerla. In Italia è riuscito a fare il badante e le pulizie, sempre al nero, e poi ha perso il lavoro ed è finito per strada.  Dormiva a Via Marsala, sotto la tettoia, dove la mattina si viene svegliati alle 4.00 perché è poco decoroso far vedere ai primi passeggerei le persone che dormono in terra. Chi dorme lì la sera alle 19 aspetta il panino delle associazioni, altrimenti resta a digiuno e poi alle 20 max 20.30 deve accaparrarsi il posto per dormire. Che poi si dorme con un occhio aperto e uno chiuso e si viene svegliati ad ogni ubriaco che lancia bottiglie di birra o ad ogni gruppo di ragazzi che strilla e mette l’autoradio a tutto volume uscendo dalla discoteca (l’ubriachezza povera lancia bottiglie, quella ricca mette lo stereo a palla e urla…). Proprio nell’ottica che Non è sufficiente il necessario (motto di Binario 95) organizziamo una serata speciale: è Agosto. L’Aida alle Terme di Caracalla.  Mai, mai e poi mai ci saremmo aspettati che un Bangladesh, che non capiva nulla di italiano, che passava le giornate a cercare dove mangiare e a girarsi i ristoranti per trovare lavoro, che non sapeva nulla della storia della musica italiana, e forse anche della storia dell’Egitto che racconta l’Aida, avrebbe scelto di rinunciare alla cena, rischiare di perdere il posto libero per il cartone della notte, rientrare a “casa” sul marciapiede alle 2.00 di notte per dormire solo 2 ore, sopportare la vergogna di non avere gli abiti adatti, per “L’Aida alle Terme di Caracalla”. Mi resta la sua immagine mentre assisteva, attentissimo e commosso seduto in platea, con un asciugamano da doccia in testa per coprirsi dall’umidità. Il suo ringraziamento commosso e luminoso, appena sceso dal pullman alle 2.00 di notte a Binario. Il suo passo di spalle nelle direzione opposta a quella degli altri (che rientravano nei centri di accoglienza all’ostello), voltandosi per salutare ripetutamente luminoso e riconoscente, per andare su a Via Marsala sotto la tettoia, e sperare di trovare un cartone libero per farsi due ore scarse di sonno. Moutin, si chiamava: aveva scelto l’Aida a Caracalla assieme al gruppo degli operatori e degli ospiti di Binario in cambio dello stomaco vuoto e di una notte insonne. Il giorno dopo era raggiante. 

E mi chiedo sempre: ma cosa è veramente più necessario per noi esseri umani?
Di cosa abbiamo più bisogno?”.

BINARIO 95

Via Marsala, 95
00185 Roma
Un progetto della cooperativa sociale Europe Consulting Onlus
https://www.binario95.it/

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