Intervista a Marco Sciarretta: “Tra Nisida ed Atlantide”, quando il viaggio incontra la musica

Seconda intervista di oggi. Da Roma ci spostiamo a Tenerife, nelle Isole Canarie, dove attualmente si trova un cantautore milanese a cui è molto caro il tema del viaggio, spesso presente nei suoi brani e nei suoi progetti tra cui il suo primo album Tra Nisida ed Atlantide. Abbiamo intervistato per voi Marco Sciarretta.

Il tuo primo album si intitola “Tra Nisida ed Atlantide”. Cosa ti ha spinto a scegliere questo nome e come è nata l’idea di questo progetto?

Il nome va a descrivere quello che è un percorso. Io inizio a divertirmi con la chitarra facendo serate nei localini per circa vent’anni e in quel periodo ero un grande ascoltatore dei cantautori italiani, tra i quali Edoardo Bennato. E praticamente facevo anche delle serate dedicate soltanto a lui. Nisida è una delle sue canzoni, oltre ad essere un’isoletta del Golfo di Napoli alla quale lui ha dedicato questa canzone. E quindi siccome è un posto di mare e le isole mi affascinano da sempre, sono molto legato al mare, all’oceano e a questi tipi di ambientazione in generale vedo ciò come un punto di riferimento per segnare l’inizio di un percorso. Atlantide, che è sì questo luogo fantastico, misterioso, irraggiungibile, quindi è una meta che uno cerca anche in modo invano, allo stesso tempo è una canzone di De Gregori che è molto complessa e impegnativa ed è molto apprezzata da chi è abituato ad ascoltare la musica cantautorale, e mi piace quindi immaginarla come la fine di un percorso. Il nome racchiude quindi questi significati.

Quale tra i brani di questo tuo primo album rappresenta maggiormente per te l’essenza del progetto “Tra Nisida ed Atlantide”?

A dirti proprio un titolo in particolare faccio proprio fatica. Diciamo che le canzoni che mi somigliano di più in questo disco sono due. Una è E poi pensi, l’ottava traccia, perché è il momento di riflessione che mi appartiene a 360 gradi, dove praticamente mi guardo attorno e mi chiedo “chi sono, cosa sono, cosa sto facendo, dove sto andando e che cosa ho fatto fino adesso”, quindi da questo punto di vista questa canzone sicuramente mi rappresenta. Invece dal punto di vista musicale, del canto, del coinvolgimento, Breve viaggio è la canzone che mi assomiglia di più guardandola nella sua totalità.

C’è un altro pezzo di questo disco che è “Sul tetto del tram” che è la canzone da cui parte tutto. Parlaci di questa canzone.

“Sul tetto del tram” è il racconto di un sogno. Io ho fatto i primi undici anni della mia vita a Milano e vivevo proprio a lato del deposito dell’ATM dal quale entravano e uscivano tutti i giorni questi mezzi che io all’epoca (avevo 8-9 anni) guardavo spesso, erano dei mezzi enormi e affascinanti. Abitavo al quinto piano e immaginavo in modo ingenuo di saltare sopra il tetto di uno di questi mezzi e da lì poter guardare dall’alto Milano, che era per me infinita, un labirinto enorme, affascinante ma anche spaventoso. La giravo spessissimo con i miei familiari ma anche da solo andando e tornando da scuola, facendo un chilometro in tram tutti i giorni. E quindi il pensiero di essere sopra uno di questi mezzi al riparo e al sicuro mi piaceva. E questa canzone parla proprio di ciò: una canzone allegra e quella che musicalmente si allontana un pochino di più da quello che è il mio genere, il mio modo di suonare e di arrangiare le canzoni. Però ha un andamento che si sposa molto col fatto che descrive un sogno della mia infanzia.

Hai dichiarato più volte che la tua Atlantide è il posto in cui ti trovi in questo momento esatto che è Tenerife. Qual è l’importanza che viene data dall’opinione pubblica spagnola alla musica secondo te?

Mamma mia che domanda impegnativa! Innanzitutto bisogna fare una forte distinzione tra quella che è la Penisola, quindi proprio la Spagna, e quello che sono le Canarie. Perché qui c’è la fortissima influenza del turismo, turismo che arriva da tutto il mondo, di conseguenza nei locali piuttosto che nelle terrazze, nei ristoranti viene diffusa sì musica spagnola, sì musica latino-americana ma anche musica internazionale a 360 gradi, tra cui anche la musica italiana. Cosa che chiaramente avviene molto meno nella penisola. Dipende molto anche dalle zone e dal luogo in cui ci si trova. Loro sono molto legati alla musica latino-americana, alla musica un pochino allegra, per ballare, loro ce l’hanno veramente nel sangue come molti popoli latini. La musica latina è però comunque apprezzata e io mi accorgo che nelle serate che facciamo ci ascoltano volentieri, si raccolgono delle soddisfazioni. Fortunatamente ci sono anche moltissimi italiani e quindi abbiamo gioco facile.

Il viaggio per te è un tema molto importante. Qual è per te la funzione dell’immagine del viaggio nella musica?

Esiste il viaggio immaginario ed esiste il viaggio fisico, e io penso che la musica abbia bisogno di entrambi perché se si rimane fermi oltre alle influenze esterne che possono raggiungerci si fa molta fatica a coltivare determinate idee e a sviluppare molti argomenti e molte conoscenze, quindi penso che sia indispensabile muoversi per essere rapiti dalle cose, dalle emozioni e dalla vista di diversi luoghi. Il viaggio immaginario è indispensabile. Io ho moltissime canzoni che ho scritto, ne ho molte pronte, alcune da finire, alcune da sistemare, molte già definite e altre dove manca davvero poco, e almeno la metà di queste canzoni io le ho scritte proprio collegandole a un argomento, a una singola emozione o sensazione, e il tutto viaggiando con la fantasia. Pertanto il viaggio è indispensabile per la musica.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Grazie alla famiglia. Grazie alla famiglia io ho avuto zii, nonni e anche mio padre che suonavano per diletto in piccoli gruppi, qualche serata nei locali come si faceva molti anni fa nei classici piano bar o comunque nelle cantine. Io sono sempre stato rapito da queste situazioni, passando ore a sentir provare questi gruppi e non mancavo a un’esibizione dal vivo anche se era in piccoli circoli. La musica fa parte del mio DNA da sempre, essendo nato in una famiglia così. Trascorrevo poi ore e ore, interi pomeriggi, ad ascoltare i primi vinili degli anni ’60-’70. Sono molto legato sia ai cantautori che al rock inglese e con questi generi musicali sono cresciuto. Ho iniziato a studiare musica molto giovane ancora prima dei dieci anni iniziando con il pianoforte e la fisarmonica, e poi a 13 anni ho iniziato seriamente a studiare chitarra e non ho più smesso. Ho iniziato a scrivere invece intorno ai trent’anni. Ho iniziato a scrivere testi e musiche invece intorno ai trent’anni e non mi sono più fermato.

Ispirazioni musicali e artisti preferiti?

Se rimaniamo sul discorso italiano ti faccio alcuni nomi: Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Claudio Baglioni, Lucio Dalla, Pino Daniele, ma anche lo stesso Edoardo Bennato, Renato Zero, Concato, Cocciante, Fossati… la musica cantautorale italiana per me è un patrimonio enorme. Per quanto invece riguarda la musica internazionale io ho ascoltato tantissimo rock, tanto rock, quindi a partire dai Deep Purple, i Led Zeppelin, amo particolarmente i Pink Floyd e li ritengo un universo parallelo, una realtà enorme, dovrebbero essere insegnati nelle scuole da questo punto di vista. Faccio molta fatica ad ascoltare la musica degli ultimi vent’anni. Devo essere sincero, da una parte magari è un limite, dall’altro mi accorgo che a partire dagli anni ’60 fino ad arrivare all’inizio degli anni ’90 riesco a trovare tutto quello che mi serve.

Progetti futuri?

Sto già lavorando al secondo album, a breve uscirà il primo singolo che si intitola Bianco e nero e poi vedremo, prima di fine anno sicuramente uscirà il secondo progetto.

Un’anticipazione sul significato della canzone?

Bianco e Nero descrive un momento. Diciamo che quasi sempre nelle canzoni vado a prendere spunto da quella che è una situazione vissuta in prima persona e poi ci costruisco una storia attorno, un’atmosfera. E Bianco e Nero descrive un momento di sconforto che ho vissuto un paio di anni fa principalmente nel mese di ottobre e la canzone va a descrivere le sensazioni e le emozioni di quel momento. Sarà una canzone un po’ diversa da quello che viene proposto in questi anni, è una canzone di circa 7 minuti con un finale di più di 3 minuti di strumentale. Non sembra così lunga all’ascolto ma invece è una canzone complessa, e io sono molto orgoglioso di questa canzone.

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