Recensione: black midi – John L / Despair

In un unico colpo sono arrivati, nella giornata di mercoledì, l’uscita di due nuovi singoli e l’annuncio della data di rilascio del nuovo disco dei black midi. Quest’ultimo sarà patrimonio pubblico il 28 maggio e si chiamerà Cavalcade, mentre i due brani “antipasto” rispondono al nome di John L e Despair. Non ci girerò intorno troppo, credo che John L sia il singolo dell’anno.

I black midi, che già avevamo citato nell’articolo dedicato alla recensione di For the first time, sono una giovanissima band localizzata nel sud di Londra. Hanno debuttato nel 2019 con Schlagenheim, vera e propria granata lanciata alla cieca nella buca musicale, la cui esplosione ha rilasciato notevole risonanza tra gli appassionati di post-punk, math rock, jazz, prog, noise rock e quant’altro. I 9 brani presenti nel disco avevano offerto una commistione di virtuosismo, velocità, aggressività, ma anche ironia e teatralità che ci si aspetterebbero da un ensemble ben più maturo.

Nel loro ritorno alle scene, i quattro giovani cavalieri portano con sé un tono più oscuro e maniacale. Il genere è ancor più lontano dall’etichettabilità: su due piedi, mi vien da dire math-jazz, ma son conscio di star mirando al buio. Si aggiungono alla batteria di strumenti violino e pianoforte, utilizzati soprattutto per creare distorsione e alimentare il caos entro cui John L si destreggia.

Senza indugiare oltre, passiamo ai singoli: il primo brano prenderà buona parte della scena e chi ascolterà mi dirà se la scelta è giustificata o meno. Il leitmotiv del brano è costituito da un motivetto veloce e stridente, ripetuto con andamento piuttosto ritmato e ossessivo. I toni sono forsennati, fino a che l’ingresso della voce non sostituisce lo stridere delle chitarre al binario del basso, che accompagna a sua volta manifestando toni oscuri e incalzanti. La voce di Geordie Greep, il frontman, è ben lungi dall’essere quella di un rocker, i paragoni vanno da David Byrne dei Talking Heads a Shirley Bassey.

In più, molti dei brani sono più parlati, che cantati e John L non fa eccezione. Lo stridere delle chitarre, la costante e distorta linea di basso procedono a grande velocità, alternandosi a pause e ad invasioni di bombardamenti di piano e violini. A metà brano viene ripetuto come un mantra: “You are your country, your country is you”, inno dei fedeli di John L, che intuiamo essere un sovrano nazionalista e sanguinario. Anche la scelta della terminologia usata nel testo merita una menzione a parte: il brano è intriso di simbologia e denota anche una grande consapevolezza della lingua inglese e dell’immaginario.

Il brano procede sempre con maggior velocità fino a circa 3 minuti, quando tutto finisce nel caos in quella che sembra la colonna sonora del tragico crollo di un impero, prima di riprendere, con l’inframezzo di controtempi di batteria da mettersi le mani nei capelli, il motivetto iniziale e il nome di John L, finito in pasto agli avvoltoi, sovvertito il suo impero.

Un brano fuori di testa, a cui ben si accompagna il video musicale diretto da Nina McNeely, coreografa di Gaspar Noé in Climax. Ci si trova di fronte ad un video a metà tra la bidimensionalità dello sfondo dei Teletubbies e una simmetria degna del miglior Jodorowsky, i cui richiami sono ben visibili anche negli accadimenti del video. Un impero illuminato che si trasforma in un neonato, tra le danze folli e tribali dei sudditi: questo è John L.

Despair fa da contraltare, una dolce ballata che addolcisce l’aspra pastiglia ingerita appena prima. I ragazzi son cresciuti da Schlagenheim, per quanto anch’esso fosse una perla. Hanno un bagaglio musicale che ha un’estensione immensa e la chiara intenzione di volersi superare ad ogni uscita. Io non chiedo di meglio.

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