Recensione: Black Country, New Road – For the first time

Da dove cominciare? Dalla band.

I Black Country, New Road nascono a Londra dalle ceneri dei Nervous Conditions, promettente ensemble post-tutto scioltasi prima di poter lasciar segno tangibile della propria presenza, dopo le accuse di molestie sessuali ad indirizzo del cantante della band. Il resto del gruppo annunciò che tale episodio avrebbe concluso il percorso dei Nervous Conditions, dando poi vita, senza il frontman, al progetto di cui stiamo parlando oggi, che si compone di sette membri (quattro ragazzi e tre ragazze).

I Black Country, New Road iniziano ad attirare l’attenzione nel 2019, quando debuttano con l’uscita di Sunglasses, brano tra i più incredibili dell’anno, sul quale non mi dilungherò qui, essendo presente anche nella tracklist del disco di cui parleremo tra poche righe. Sulla base di quell’uscita la band concentra attorno a sé una dose di hype immensa, rispetto alla quale non è rimasto indifferente chi vi scrive, per il fatto che Sunglasses unisce post-punk, spoken word, avant-jazz, tracce di lucida follia, ironia post-moderna e cultura pop.

In secondo luogo, l’uscita del brano cade nel medesimo periodo di Schlagenheim, album di debutto dei black midi, e altro progetto in grado di catalizzare grosse dosi d’attenzione per via della confusione di generi (forse anche di arti) e della sperimentazione ossessiva che ne scaturisce. I progetti presentano indiscutibili similarità: stessa etichetta discografica, stessa collocazione territoriale, stessa età incredibilmente giovane dei componenti, stessa recitazione dei testi in modo quasi maniacale, stessi cambi di passo ripetuti, stessa teatralità, stessa tendenza al bilanciamento tra virtuosismo e innovazione. Similitudini che avevano portato molti a iniziare a pensare: “hey, forse a sud di Londra sta succedendo qualcosa che può lasciare il segno”.

I Black Country, New Road poi se ne stanno zitti, per più di un anno, lasciando tutti coloro che avevano atteso il materializzarsi di un miracolo londinese a tagliare verticalmente tipo Fontana i tradizionali piani orizzontali di giudizio basati su aderenza a canoni tradizionali e orecchiabilità del brano, a crogiolarsi nell’attesa ansiosi di aver gettato troppa speranza su qualcosa che potrebbe esser finito prima di iniziare. A riportare serenità arriva l’annuncio del disco di debutto, 5 febbraio 2021 e l’uscita di altri due singoli: Science Fair Track X. Il disco sarà composto di 6 brani, tre dei quali sono già usciti come singoli, più un altro già presente sui principali canali di diffusione sonora per via di una compilation composta da Speedy Wunderground, l’etichetta discografica che nell’immaginario fatto di desideri di cui sopra formerebbe il Mecenate che ospita gli architetti del mondo nuovo al proprio tavolo.

Incominciamo con i pezzi, va.

Il disco si apre con Instrumental e, come non è difficile immaginare, si tratta di un pezzo interamente strumentale. Il primo brano chiarisce già dalle primissime battute che il disco si sta spostando in una direzione inaspettata. Era immaginabile già dai brani che hanno preceduto l’uscita del disco che di importanza a strumentazione poco usuale nello schema post-punk, o post-qualsiasi cosa, i BC,NR ne avrebbero data molta, ma il primo brano vede imporsi tastiere e sassofono in maniera addirittura preponderante.

Aprono il disco infatti 5 minuti abbondanti di progressivo crescendo che imperversa tra una melodia intrisa di musica popolare zingara, accompagnata da una linea di basso martellante, da sfuriate di sassofono anch’esse molto ispirate al canone musicale balcanico e una percussione che, almeno inizialmente, prende le forme di un tamburellare africaneggiante, tipo bongo. Il brano cresce d’intensità progressivamente, mentre la batteria comincia a diventare una batteria (deliziando gli appassionati di controtempi, eseguendo tratti la cui difficoltà può non apparire immediata, ma che diventa impossibile da ignorare una volta prestataci attenzione), fino ad arrivare ad un’esplosione sonora propria delle orchestre balcaniche in cui, tra il caos più totale, il sassofono ruba la scena con l’ennesima variazione, per poi accompagnare un ulteriore climax nel climax finale, che lascia un secondo di silenzio, prima di essere rotto dalle prime note di Athens, France.

Athens, France apre con un arpeggio ipnotico accompagnato da un ritmo di percussione non veloce, ma sostenuto, accompagnato dalle prime parole del disco, pronunciate in stile affine allo spoken word, ma con un tono di drammaticità molto vicino al campo della slam poetry. Senza addentrarci in campi particolari, le ispirazioni più vicine sono quelle di band come Ought e Protomartyr. In questa canzone, parlandoci chiaramente, ci sono tonnellate di Slint: in termini di struttura del brano (come quasi tutti i brani di questo disco, per la verità) e tonalità, alcuni punti della canzone sembrano presi direttamente da Spiderland, con l’aggiunta di tastiere e sassofono, i quali contribuiscono a mantenere una certa indipendenza tra le due band. Il testo è tremendamente personale e intriso di riferimenti ad un immaginario nostalgico dei primi anni 2000, alla cultura musicale “underground” (viene inserita nel brano pari pari una frase di Motion Sickness di Phoebe Bridgers, anche se considerare la Bridgers underground nel 2021 diventa un po’ un’esagerazione) e alla cultura pop.

Il brano che segue dà, per la prima volta nel disco, una dimostrazione della folle dimensione testuale di Isaac Wood. Il brano, che si chiama Science Fair, è ambientato alla fiera della scienza di Cambridge, dove, accompagnato da altri arpeggi e accordi simil-Slint e cadenzato da percussione ancora una volta sostenuta, costante e ricca di piatti, Wood si lancia in una sorta di monologo che sembra inizialmente una narrazione, ma che viene poi sovrastato da ricordi, frasi sconnesse, spunti estemporanei.

“Okay, today, I hide away
But tomorrow, I take the reins
Still living with my mother
As I move from one micro-influencer to another
References, references, references
What are you on tonight?”

Un crescendo porta fino al picco del brano, circa a metà, dove, in maniera del tutto inaspettata subentrano sintetizzatori compatti e sinistri che intensificano l’aria del brano fino a renderlo claustrofobico, con Wood che ripete ossessivamente “It’s Black Country out there! It’s Black Country out there!”. Merita anche menzione l’apertura del secondo verso, nel quale viene narrato un innamoramento estemporaneo al Cirque du Soleil, rapidamente contrastato da una presa di coscienza del proprio sudore, che propizia un risorgimento dal proprio stato evidentemente confusionale, reso ancor più concreto dal pianto dei bambini seduti attorno al cantante, sugli spalti del circo.

È questo brano, per me, a dire molto sulla capacità di questa band di trattare con ironia e distacco la complessità dei sentimenti meno scontati, senza per un solo momento mettere in pericolo l’intensità di questi ultimi. Un complesso gioco di contrasti continui, addirittura decine di volte in un brano, tra scenari estremamente familiari, scenari quasi fantascientifici, sensazioni infantili, allucinazioni, traumi infantili e autoironia, raccontati in uno stile che suggerisce una grande passione per la letteratura postmodernista americana (e il sudore come presa di coscienza ci ricorda inevitabilmente la Lenore de La Scopa del Sistema di Wallace).

Si arriva dunque al brano più atteso del disco, Sunglasses. Sia per questo, che per Athens, France, la versione per il disco si differenzia parecchio dal punto di vista testuale rispetto alla versione dei brani come singoli, e in entrambi i casi ho fatto una gran fatica ad apprezzare questa caratteristica. Anzi, per entrambi credo che si sia persa una porzione di intensità che contribuiva alla sfrontatezza dei pezzi. Non ne parlerò e commenterò solamente il brano presente nell’album, ma è senz’altro consigliabile recuperare la versione in singolo, ancora presente sulle piattaforme di streaming (a differenza dell’originale di Athens, France).

Sunglasses rappresenta l’effigie di quanto detto finora della band: un brano di 9 minuti, diviso simmetricamente in due momenti narrativi, con il primo costituito da un melanconico arpeggio di chitarra, al quale in breve tempo si aggiungono sassofono e violino, mentre Wood si apre in una narrazione fatta di ambienti dal sapore materno, nei quali è pressante il sentore di disagio e di ansia. La prima parte del brano si chiude con una distorsione caotica degli strumenti interessati, dopo una breve depersonalizzazione del protagonista principale, mentre Wood trasforma la litania “and I’m so ignorant now, with all that I have learned” da un lamento soffocato a una sorta di passaggio cantato, sulle note di una battaglia jazz sempre più disarticolata, cadenzata da una batteria sempre più strascicata e penzolante, a fornire l’immaginario di un ubriaco che pezzo dopo pezzo, lentamente, crolla su sé stesso.

Stop and go, il brano cambia completamente volto e passa dall’assenza di canoni a un ritmo tremendamente metodico, ma accattivante, tra chitarra e batteria, che si potrebbe addirittura immaginare come metronomo di una marcia militare. Wood comincia la propria esaltazione degli occhiali da sole: “I am invincible in these sunglasses, I am the Fonz, I am the Jack of Hearts”. Basta poco prima che si introduca il sassofono e basta anche poco prima che il groove offerto dalle magistrali percussioni acceleri il passo. Tenere ferma la testa è quasi impossibile. L’immaginario offerto, almeno a me, è quello di un giovane britannico che cammina con sicurezza nel bel mezzo della strada tra impermeabile e occhiali da sole, sempre più sfacciato, sempre più veloce. La voce acquisisce in enfasi e solennità mentre prosegue l’elenco dei vantaggi emotivi scaturenti dall’indossamento dell’accessorio e, in coerenza con il resto del disco, vi è un rimescolamento di piani narrativi. Incomincia la follia: “I’m more than adequate, leave Kanye out of this”, detto con la voce tra il tremante ed il visibilmente nervoso, come a confrontare i propri demoni, ben consapevole dei danni a cui si va incontro, e ancora: “I’m more than adequate, leave my daddy’s job out of this”.

Finito il brano, mi dicono sia normale scrollare il capo con occhi stupiti e perdere per un momento i riferimenti più immediati. Così mi dicono.

Segue poi Track X, un singolo che al momento dell’uscita aveva leggermente diminuito il mio entusiasmo per il disco, ma che ha ormai fatto breccia nel mio cuore. Si tratta di un leggero cambio di passo nell’album: una sorta di lenta love story raccontata in pieno stile Black Country, ricca di riferimenti alla realtà circostante (omaggio ai colleghi: “I told you I loved you in front of black midi”), pur sempre senza mantenere una linea di demarcazione ben visibile tra realtà e immaginazione.

Il ritornello ha il netto sapore di un’influenza dei più recenti The World Is A Beautiful Place, con un coro femminile a completare la frase lasciata a metà “And I guess, in some way…”, pronunciata su una sorta di base sonora di sintetizzatori che rendono onirica e positiva l’atmosfera forse per la prima volta in tutto il disco. L’unico brano del disco a non superare i 5 minuti e senza dubbio il più leggero e accessibile.

A chiudere è Opus, uno dei due brani interamente inediti e ancora una volta, come un cerchio che si chiude, è puntuale l’omaggio alla cultura popolare dell’Europa orientale. Ritornano forti i sentori di musica balcanica e klezmer che trasformano l’atmosfera in una ripetizione sempre più veloce dello stesso tema da festa paesana. Tra continui cambi di passo, si arriva al tratto finale, un’altra litania, che cresce fino al grido: “everything we built must fall to the rising flames”, mentre il caos diventa padrone della scena e Wood rantola le ultime lyrics nel tono più drammatico e ansiogeno di tutto il disco, probabilmente. Ci pensano poi sassofono, chitarra e violino a cullare, lentamente, il disco a chiusura.

For the first time era per me il disco dell’anno ancora prima di ascoltarlo e, naturalmente, date anche le alternative in competizione ancora non proibitive, lo è anche dopo averlo ascoltato. La verità è che, oltre a tutto quanto detto finora e a quanto traspare nelle parole qui sopra, in questo disco è presente una volontà di flirtare tra stili narrativi che traggono da postmodernismo americano, da Beat Generation con una propensione alla teatralità e all’improvvisazione avant-jazz. I ragazzi sono giovanissimi, evidentemente molto virtuosi dal punto di vista tecnico e, pare, volenterosi di innovare un genere che della verve tecnica non ha fatto vanto mai in tempi recenti.

La giovane età costituisce in un certo senso la croce e delizia, i testi rinnovati rispetto ai singoli di cui si parlava a inizio articolo sono il frutto di una rielaborazione personale di Isaac Wood probabilmente dovuta anche al peso eccessivo di rievocare episodi, situazioni ancora non ben sedimentate e dunque vi è il rischio che alcune tematiche possano mal tradursi con la crescita anche banalmente anagrafica e personale di ciascun membro. Dall’altro lato, come detto, nonostante l’età, non vi è alcun dubbio sul talento e sull’estro di ciascun musicista: siamo di fronte ad una band che lavora su tempi estremamente complessi e arrangiamenti dei brani assolutamente inconsueti. La giovane età fa brillare gli occhi al pensiero della maturità che questa band può acquisire in tempi anche brevi.

Mi capita spesso, ascoltando vecchi progetti il cui destino è diventato quello di essere considerati rivoluzionari, come Slint, Sonic Youth, di rimpiangere il non esser stato presente nel momento storico in cui per la prima volta venivano pubblicati e di chiedermi come avrei reagito. Con i BC,NR e, più in generale, con questo nuovo movimento londinese targato Speedy Wunderground l’impressione mia è quella di poter essere testimoni di una nuova onda ed è anche questo, senz’altro, ad influenzare la mia opinione.

Ad ogni modo, comunque lo si prenda, siamo di fronte ad un gran disco e il futuro di questi ragazzi è certamente roseo.

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