Luis Sepùlveda ha perso la sua ultima battaglia

È di questa mattina la notizia della morte di Luis Sepulveda, lo scrittore aveva contratto il Covid-19 ed oggi, chiunque abbia mai letto una sua opera lo piange.
Ogni volta che muore un personaggio illustre, che si tratti di una rockstar, di un attore o di uno scrittore come in questo caso, avviene un fenomeno la cui prassi prevede una serie di commemorazioni nei confronti dell’artista defunto, che riempiranno le bacheche degli utenti online. Questa commemorazione dura un giorno, al massimo due, e poi l’artista viene riposto nel dimenticatoio.
Con Luis Sepulveda questo non può accadere, perché Luis Sepulveda non è stato solamente colui che ha scritto “Storia di una gabianella e di un gatto che le insegnò a volare”, è stato molto di più, certamente si può parlare di lui come di un grande scrittore, il quale è riuscito a trasmettere attraverso le sue parole tutta l’audacia, il coraggio e la dolcezza che hanno da sempre contraddistinto l’animo di quell’uomo dalla vita errabonda. È riuscito ad essere intenso ed ironico allo stesso momento, e a regalare perle di saggezza a chiunque si fosse trovato a sfogliare uno dei suoi libri.
Tuttavia, Sepulveda è stato per tutta la sua vita un combattente, impegnato nella tutela dei fondamentali diritti dell’individuo, amante della libertà. Egli stesso disse di aver amato profondamente il periodo in cui entrò a far parte del partito socialista e della guerra personale di Salvador Allende: “I mille giorni del Governo Popolare furono duri, intensi, sofferti e felici. Dormivamo poco. Vivevamo ovunque e in nessun posto. […] Noi si che abbiamo avuto una gioventù, e fu vitale, ribelle, anticonformista, incandescente, perché si forgiò nel lavoro volontario, nelle fredde notti di azione e propaganda.[…] Studiavamo, leggevamo Marx e Sartre, Gramsci e Ho Chi Minh, il Che e Willy Brandt, Marta Harnecker e Olof Palme […]. Ascoltavamo i Quilapayun e Janis Joplin, cantavamo con Victor Jara, gli Inti-Illimani e i Mamas and Papas. Ballavamo con Hector Pavez e Margot Lodola, e i quattro ragazzi di Liverpool facevano sospirare i nostri cuori.”
Con il colpo di stato del 1973 e la dittatura del generale Pinochet, Sepulveda venne catturato, interrogato, torturato, e per sette mesi restò chiuso in una cella della caserma di Tucapel, uno stanzino largo cinquanta centimetri, lungo un metro e mezzo, e così basso da non potersi alzare in piedi. Una volta scarcerato, grazie all’intervento di Amnesty International, scappò in Brasile, poi in Paraguay ed infine, rifugiatosi in Amazzonia per circa sette anni, scrisse una delle sue opere più famose, intrise di tutto l’amore che lo scrittore cileno nutriva nei confronti della natura, ossia “ Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, una storia il cui fil rouge è rappresentato da un accordo intimo che il protagonista, un uomo che vive anch’egli in Amazzonia, ha con i ritmi e i segreti della natura.
Un uomo dallo straordinario talento, con una vita altrettanto straordinaria, di cui probabilmente si conosce ancora ben poco. Un uomo coraggioso che ha combattuto per tutta la vita, e che purtroppo non è riuscito a vincere l’ultima sfida che la vita gli ha riservato.

“- Bene, gatto. Ci siamo riusciti – disse sospirando – Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante – miagolò Zorba – Ah sì? E cosa ha capito? – chiese l’umano – Che vola solo chi osa farlo – miagolò Zorba.”

Adesso sono certa volerai, perché tu sì che ne hai il coraggio.

 

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