Caso Thyssenkrupp: dopo 13 anni è finalmente giustizia

Dopo 13 anni dall’incendio scoppiato nell’acciaieria Thyssenkrupp di Torino nella notte del 6 dicembre del 2007, a causa del quale morirono sette operai e un altro rimase gravemente ferito, è finalmente giunta la certezza che anche i due manager tedeschi della multinazionale sconteranno la pena inflittagli. Ripercorriamo dunque per sommi capi tutta la vicenda, al fine di comprendere al meglio gli ultimi sviluppi.

Sin dal 2005 i vertici societari della Thyssenkrupp avevano stabilito di chiudere lo stabilimento di Torino e concentrare tutta la produzione a Terni. Alcuni imprevisti fecero però slittare la chiusura fino al 2008. Così, già verso la fine del 2007, per rendere più celere lo spostamento delle attività, alcuni dipendenti furono licenziati, mentre altri furono impiegati nello stabilimento di Terni.

Pertanto, nel dicembre del 2007 la situazione dell’acciaieria torinese era praticamente allo sbaraglio: pochi lavoratori costretti ad affrontare turni interminabili ed estenuanti in condizioni di sicurezza a dir poco precarie. In quel periodo infatti anche le misure antinfortunistiche furono tralasciate, con conseguenze che si sarebbero poi rivelate letali. I periti incaricati del sopralluogo accertarono per esempio che quasi tutti gli estintori a disposizione erano scarichi.
Dunque, appare evidente come i dirigenti della multinazionale fossero responsabili per le morti dei dipendenti. Così, nel 2016, al termine del terzo grado di giudizio, la Corte di Cassazione condannò i manager della Thyssenkrupp per omicidio colposo plurimo.

I quattro dirigenti italiani iniziarono immediatamente a scontare la pena. Al contrario Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager tedeschi, tornarono in patria e lì iniziarono a presentare ricorsi su ricorsi alle autorità giudiziarie tedesche al fine di porre nel nulla la condanna irrogata dai giudici italiani.

Nel 2019, Antonio Boccuzzi (sopravvissuto alla tragedia) e i parenti delle vittime adirono la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione del diritto alla vita in quanto, nonostante la pronuncia di condanna per omicidio, Espenhahn e Priegnitz erano ancora in stato di libertà.

Corte Europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo

Ed ecco che possiamo ora tornare alle ultime novità della vicenda. Dopo che il Tribunale Regionale di Essen si era espresso a favore della validità della sentenza italiana anche nella giurisdizione tedesca, i due manager si rivolsero al Tribunale Regionale Superiore di Hamm. Anche i giudici di questa Corte hanno respinto le istanze dei ricorrenti, sancendo così, definitivamente, il dovere dei due colpevoli di scontare la pena carceraria, anche se di entità più lieve rispetto a quella irrogata dai giudici italiani.

Infatti, al termine del giudizio di legittimità della Corte Suprema, Espenhahn e Priegnitz erano stati condannati rispettivamente a 9 anni e 8 mesi e a 6 anni e 10 mesi di galera. Tuttavia l’ordinamento tedesco prevede un tetto di pena più basso per il reato di omicidio colposo, corrispondente a cinque anni di reclusione.

Per concludere, la vicenda Thyssenkrupp è un ulteriore esempio di quanto sia ancora lunga la strada per assicurare alle vittime e alle loro famiglie una giustizia tempestiva, a maggior ragione nei casi giudiziari nei quali sono coinvolti stati ed ordinamenti diversi. Urge dunque la ricerca di un coordinamento più efficace, allo scopo di garantire la certezza del diritto e della pena.

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