Processo “Eternit-bis”: Schmidheiny rinviato a giudizio

Il giudice dell’udienza preliminare del processo “Eternit-bis” ha disposto il rinvio a giudizio dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, CEO del gruppo Eternit sin dal 1976. L’imputato è accusato di omicidio volontario di 392 persone, la morte delle quali sarebbe riconducibile alle lavorazioni di amianto svolte, senza il rispetto di alcuna disposizione in materia di sicurezza sul lavoro, nello stabilimento della multinazionale Eternit di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria.

Schmidheiny, che non sembra affatto patire i morsi della coscienza, poco prima della decisione sul rinvio a giudizio aveva rilasciato un’intervista ad un giornale svizzero, nella quale affermava di nutrire un certo odio, misto a compassione, per gli italiani, i quali vivono in un paese fallito.

Queste affermazioni hanno sollevato comprensibilmente numerose critiche nei suoi confronti ed ora, complici gli ultimi sviluppi sul processo che lo vede suo malgrado protagonista, il caso Schmidheiny è tornato nuovamente alla ribalta ed è uno dei temi più caldi e discussi degli ultimi giorni.

L’imprenditore svizzero non è nuovo ad accuse ed imputazioni e, per comprendere a pieno le novità del caso “Eternit-bis”, risulta fondamentale ripercorrere brevemente i suoi trascorsi giudiziari relativi all’impresa da lui gestita.

Il primo processo Eternit risale al 2009, il quale portò nel 2012 ad una condanna in primo grado a 16 anni di reclusione per disastro ambientale doloso per Schmidheiny e Louis De Cartier, l’altro proprietario della multinazionale. La suddetta condanna fu addirittura ulteriormente aggravata dal giudice di secondo grado, il quale nel 2013 aumentò a 18 gli anni di reclusione, stavolta soltanto per Schmidheiny, in quanto De Cartier era da poco venuto a mancare. La sentenza d’appello aveva accertato inoltre la sussistenza della responsabilità penale anche per gli altri stabilimenti dell’Eternit sparsi in Italia (a Bagnoli e Rubiera).

Successivamente tuttavia, la Corte di Cassazione annullò la condanna in seguito alla rilevazione dell’avvenuta prescrizione, scattata antecedentemente alla pronuncia di primo grado. Infatti, i giudici ermellini precisarono, i siti Eternit chiusero nel 1986, anno dal quale iniziò a decorrere il termine prescrizionale.

A nulla servirono i tentativi dei Pubblici Ministeri di inquadrare diversamente il reato di disastro ambientale, facendo leva sulla situazione di incessante inquinamento ambientale e provando di conseguenza a far passare in secondo piano che gli eventi fossero comunque riconducibili ad un fatto materiale già completo e concluso.
La Corte di Cassazione non mancò però di precisare che oggetto del giudizio di legittimità fosse soltanto il reato di disastro ambientale e non aveva dunque nulla a che fare con il presunto reato di omicidio doloso ai danni di ciascuna vittima.

Ed è proprio riguardo a quest’ultima accusa che l’ormai unico proprietario di Eternit superstite è stato recentemente rinviato a giudizio e per la quale l’imprenditore ha dichiarato di sentirsi da tempo ormai ingiustamente perseguitato dalle autorità italiane.

A prescindere da ciò che Schmidheiny abbia da ridire sull’Italia e i suoi cittadini, il processo continuerà il proprio corso, con l’auspicio che tutte le vittime e i loro parenti possano, dopo così tanti anni, trovare finalmente giustizia.

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