Bonafede: pesante accusa di Di Matteo

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Dall’inizio dell’emergenza il ministro grillino Bonafede è stato nell’occhio del ciclone, a cominciare dalle continuate e lunghe rivolte nelle carceri italiane poco dopo l’annuncio di misure di lockdown che proprio oggi stanno affrontando un parziale allentamento.

Nel precedente Governo Conte, quello “gialloverde”, con Salvini e Di Maio alla vicepresidenza del Consiglio, Bonafede ha ricoperto lo stesso ruolo. Anche in quel caso spesso è stato al centro di polemiche, come nell’episodio dell’arresto e del rientro in Italia del terrorista rosso Cesare Battisti, da decenni latitante in Sud America.

Il fatto che Bonafede avesse condiviso con gioia il video dell’arrivo a Fiumicino, con Battisti in manette e visibilmente provato ha suscitato qualche mugugno. Fu considerata da molti all’epoca una celebrazione sgradevole nei confronti di un uomo, seppur che si era macchiato di orrendi crimini.

Dopo le dimissioni di Francesco Basentini, ormai ex presidente del Dap, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, in seguito alla notizia che grazie alle misure del governo decise per contenere il contagio da Coronavirus negli istituti di detenzione, alcuni boss mafiosi hanno potuto beneficiare dei domiciliari, la sua posizione è rimasta vagante.

Come spesso accade in Italia, l’assegnazione di importanti cariche pubbliche per nomina è un processo delicato. Ieri sera su La7, nel programma condotto dal giornalista Massimo Giletti Non è l’Arena il ministro Bonafede è stato bersaglio di un’affermazione decisamente pesante.

Ancor più pesante se ci si aggiunge da chi proviene questa accusa: da Nino di Matteo, magistrato che guida l’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, sotto scorta da anni per le minacce ricevute e il cui spessore per alcuni può essere paragonato a quelli di Giovanni Falcone o Paolo Borsellino.

Infatti il PM ha affermato che Bonafede era intenzionato anni fa a nominare lui come presidente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Il guardasigilli sarebbe poi stato spinto a cambiare idea non di sua spontanea volontà.

Sarebbero stati i boss mafiosi infatti, per quanto questa affermazione resti molto vaga, visto che dall’arresto di Totò Riina non si hanno prove dell’esistenza di una struttura centralizzata collegiata in seno a Cosa Nostra, a spingere Bonafede a rivedere la sua decisione.

Che i boss mafiosi temano il lavoro di Di Matteo non è certo una novità. Come si è detto prima ha infatti ricevuto più volte minacce, una delle quali provenienti dall’ormai defunto numero capo dei capi Riina in carcere, che nel 2013, come riporta Il Corriere, disse di lui che “doveva morire”.

di matteo

Il Pm Nino di Matteo con la sua scorta

Sarebbero giunte a lui anche intimidazioni da Matteo Messina Denaro, numero tre di Cosa Nostra prima della stagione delle bombe del 1992-1993 datosi alla latitanza dopo la fine della “golden age” della criminalità organizzata.

Ad oggi di Matteo Messina Denaro non è nota né la posizione né l’aspetto fisico, che potrebbe essere stato radicalmente modificato mediante la chirurgia plastica. Di lui si sono oramai perse le tracce e si comincia addirittura a dubitare che possa essere ancora vivo, visto che da decenni non sbaglia un singolo passo.

Eppure, a quanto pare si è scomodato per minacciare di Di Matteo, che nell’ambiente delle toghe (si ricorda che è membro del Consiglio Superiore della Magistratura) gode di altissima credibilità ed è considerato un vero e proprio simbolo della lotta alla mafia.

Lo stesso Movimento 5 Stelle, negli anni scorsi lo ha sempre sostenuto, eppure il rapporto sembra ora essersi incrinato. Nel frattempo dal centrodestra arrivano richieste di dimissioni del Ministro Bonafede, mentre ItaliaViva, negli ultimi giorni in pesante scontro con il resto della maggioranza per la questione riaperture, adotta una linea più moderata e garantista, imponendo però che Bonafede si presenti in aula per un’interrogazione parlamentare, come riporta la Repubblica.

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