Theodor e Gigi

amicaamore

Come quasi mai accade Margherita si fa la doccia in palestra.

Si infila il vestito viola che ha portato ben piegato, anelli collane e braccialetti, tutto tanto proprio come da piccola! Riga sugli occhi, rimmel, rossetto fuoco con tanto di matita contorno labbra.

Splink. Un sms: – sono qui davanti -.

Sono un grande: ho trovato questa palestra imboscatissima in centro città senza nessuna parvenza di palestra dall’esterno. Azz … Margherita non ha più tempo per asciugarsi i capelli. Beh, tanto non fa più freddo nemmeno la sera. Corre fuori dallo spogliatoio e va a sbattere contro l’istruttore, mai sudato, sempre perfetto nelle sue attillatissime tutine con tartaruga in vista.

– Seratona a quanto pare, Margi! – le parla sornione, un gatto che si affila mollemente le unghie.

– E ti pare giusto! –

– Spero che sia uno con il permesso di metterti le mani addosso … non vorrei proprio essere nei panni del tizio che esce con te stasera e non ti può toccare –

Sempre così poco elegante nelle sue uscite, Margherita lo saluta con un gesto frettoloso e riprende la sua corsa verso la serata.

Ignorante che ignora: non sa che lei è la mia Compagna di Giochi! Che io le mani addosso gliele metto quando voglio, ma come nessun altro fa: sempre e solo per gioco. Non sa che il mondo è la nostra stanza dei balocchi e tutti quelli che lo popolano sono i giocattoli con cui noi scegliamo di divertirci in quell’occasione.

Apre la porta ed ha appena il tempo per riconoscere la mia sagoma che mi si getta addosso in un abbraccio che aspetto da vent’anni. Intenso. Intimo. Impenetrabile. L’abbraccio di chi ha trovato qualcosa di preziosissimo ed unico, e vuole tenerlo solo per se. Sempre quell’abbraccio. – Gigi, ma sei ancora più bella di prima! -.

Sono l’unico al mondo a chiamarla così, con un nome da uomo! Questo il processo deduttivo: Margherita -Margi – Gigi.

Io per lei sono Theodor, pronunciato in modo sublime, all’inglese, l’inglese di una che sta sorseggiando il suo Twinings alle quattro spaccate di un pomeriggio nebbioso in una tazza di finissima porcellana bianca con il mignolo alzato. Matteo – Teo – Theodor.

La guardo, la tocco, la annuso. – Hai venduto l’anima al diavolo! – Cerco quel corpo così tanto conosciuto, intanto ristabilisco il nostro contatto.

– Gli hai venduto anche le tette però … ecco perché ti ha lasciato tutto il resto! –

Ribatte: – la tua di anima deve essere stata bella pesa invece: ti ha lasciato anche il culo là per aria e duro come sempre! Fai lo sculettamento! Dai: … siiiiii: è lui! – Mi lascia un morso di cui domani ritroverò i denti incisi.

Lo sguardo inquieto di chi cerca qualcosa, ancora lì, in quegli occhi che ridono.

Ci infiliamo nel nostro ristorante indiano preferito: gestione vecchia, stabile nuovo. Ci vedono e sembra si sia materializzato fra i tavoli il dio Kama. Abbiam tirato tardi con i proprietari per notti e notti dopo la chiusura giocando a Carrom e bevendo liquori indiani dai nomi irripetibili.

Ordiniamo come sempre miriadi di pietanze che lasciamo nel mezzo del tavolo e mangiamo entrambi direttamente dal vassoio, spizzicando da una parte all’altra. Si ricordano: non portano piatti infatti, solo bicchieri e posate per Theodor e Gigi!

Sono tantissimi vent’anni di vita da raccontare, e noi lo facciamo in modo sconclusionato perché le domande si sovrappongono alle domande e le risposte non fanno in tempo ad essere terminate prima che arrivi la domanda successiva. Fame di sapere. Quando non stiamo mangiando le tengo le mani le bacio, le accarezzo le guance il collo i capelli. Non riesco a non fare il pieno di lei. La guardo e penso com’è possibile che sia davvero ancora più bella di prima.

Glielo dico. Lei mi risponde: – Tu mi guardi con gli occhi del cuore – Si ferma, con la mano nelle mie appoggiata sulla mia bocca.

Sembra quasi che abbia avuto un’intuizione. No, sembra che stia guardando una cosa che non ha mai visto. È stupita. Mi scruta dentro. Ha trovato il collegamento che dagli occhi arriva al cuore. E non perde tempo. Diventa minuscola e mi entra dentro infilandosi dagli occhi e nuota nelle vene risalendo la corrente del mio corpo. Realizzo che se riuscirà ad arrivare al cuore capirà tutto. E ci sta riuscendo. Non mi lascia gli occhi, li accarezza, continuando a nuotare. In acque tranquille. È statica, inclina la testa, come fanno i gatti quando stanno immobili per minuti interi in posizione egizia. – … come mi guardi … – mi dice meravigliata.

È arrivata.

Non ho paura. La accolgo: benvenuta Gigi!

– Come ti guardo da venticinque anni –

Anche lei non ha paura. Rimane così, appoggiata alla mia bocca che le deposita impercettibili baci sul palmo della mano.

Vede tutto così chiaramente, da lì dentro, che non ha bisogno di spiegazioni. Non rispetto al Che cosa. Infatti mi fa domande rispetto al Come, al Perché.

– Com’è possibile che ho visto solo adesso? –

– Perché prima non era quello che ti interessava vedere – – Anche quando non c’ero? –

– Si –

– Perché non me l’hai mai detto? –

– … Come quando una cosa è troppo bella e hai paura di romperla, se la prendi in mano –

Silenzio.

Il mio sguardo è quello di sempre, il suo invece è nuovo. Perlomeno è nuovo per me.

Parlo io: – Penso che la coppia vera siamo noi. Nessuno, né da parte mia, né da parte tua, ha formato una coppia, perché la coppia c’è già, da sempre -.

Parla anche lei: – Penso che al di là di ogni persona, anche quella con cui sei più in sintonia, sia il ruolo quello che fa la differenza. Se noi avessimo deciso di stare insieme adesso non saremmo qui, o forse si, diciamo che non saremmo qui in questo modo, ecco. Penso che vent’anni anni di vita insieme tutti i giorni logorano la voglia di giocare. Penso che poi prevale comunque la routine, la fatica, la normalità, i litigi -.

– E’ vero Gigi – L’ho spiazzata! – Ma dentro tutte queste scazzature quotidiane pensi che noi due un dieci per cento di gioco non saremmo riusciti a tenercelo? – Gigi ormai sussurra, dolcissima, arrendevole, come non l’ho vista mai: – Si – – E ti sembra che il dieci per cento sia poco? –

– … E’ tantissimo –

Penso che non ci saremmo impediti nemmeno di giocare ai giochi pericolosi che tanto ci divertono e ci fanno sentire frizzanti. Mi sono sempre divertito a guardarla giocare con gli altri, tanto lo sapevo che erano solo giochi, erano solo il raggiungimento effimero della sua brama del momento. La sua brama per la vita. Volere tutto e ancora di più. Erano solo il gioco nuovo, ma di giochi nuovi ne aveva talmente tanti, ne aveva quanti voleva, erano fortunati se ci giocava per una notte intera, ma non succedeva mai … li perdeva prima, e poi se li dimenticava lì dov’erano. E rimaneva con me. Non se ne era mai andata, lo spazio che occupavamo era la nostra stanza dei giochi. Mia e sua. La guardavo trastullarsi, sapendo che avrebbe finito per buttarli tutti in un angolo, per ritornare a giocare ancora e ancora con me.

Penso ancora più in grande: che anche nelle scazzature quotidiane avremmo trovato il modo per divertirci. Inizio a raccontarle la mia casa grande con i miei figli che ci giocano a nascondino, il camino enorme che ho costruito in corte e gli spiedi della domenica, le canzoni lunghe tutta la notte sull’aia intorno al fuoco mentre i figli di tutti si rincorrono sotto al portico. Lo racconto bene, con tutti i particolari per accenderle l’immaginazione. Lo so che è quello che le piace: lei è una nostalgica degli anni in cui era molto piccola, sembra che ne abbia un ricordo atavico, sembra che le sia entrato nel corpo. Il senso dello stare tutti insieme,

del condividere: il cibo, i figli, gli spazi, i tempi. Persino la persona che le sta accanto. È talmente sua, questa persona, è talmente indiscutibilmente sua, che le fa persino piacere condividerla.

E infatti inizio a vedere scorrere nei suoi occhi le scene di un film. È lei. Lei con me. Con i bambini che crescono. Nella grande casa in mezzo ai campi.

Non sono zingaro non sono selvatico non sono emaciato non sono incomprensibile e impenetrabile. Non sono niente di tutto quello che l’ha sempre attirata al fuoco bruciandole le ali.

Ma sono tutto quello che ha saputo adesso di aver sempre voluto e vuole: gioco, libertà, soprattutto presenza. Io ci sono, continuo ad esserci, lei non mi ha mai mandato via. E soprattutto non è mai scappata da me. Non l’ho mai bruciata: l’ho sempre tenuta con me, tutta bruciacchiata dagli altri e da se stessa. Adesso ha gli occhi tranquilli come non li ho visti mai, ancora e spero per sempre ardenti e straripanti di vita, ma tranquilli ed appagati. Consapevoli. Consapevolissimi.

L’amicizia fra un uomo e una donna è imperdonabile dai più, perché non è considerata cosa vera. Le mie donne infatti l’amicizia con Gigi non me l’hanno mai perdonata. Ed avevano ragione! Io Gigi l’ho sempre amata. Non ho mai fatto nulla né per nasconderglielo né per farglielo sapere. E infatti lo sa ora, nell’esatto momento del nostro tempo e nell’esatto punto del nostro spazio in cui è giusto che lo sappia.

Mi dice: – Quando uno si innamora di uno che non si innamora, i suoi occhi sprizzano rabbia mal trattenuta, mista a tristezza, rammarico, colpevolizzazione, paura. Io non ci vedo tutta sta cosa nei tuoi –

– Ci vedi amore e basta … perché io non mi sono innamorato di una che non si è innamorata … –

Ormai è dentro, è arrivata al cuore, si sta guardando in giro, inutile correre ai ripari. Inutile nascondere cose, chiudere porte di stanze segrete. Lei è qui, la lascio curiosare. Addirittura le indico dove sbirciare.

È una sera di prime volte questa. Inaspettate e insperate prime volte.

E per la prima volta azzardo, le indico anche dove andare: – Dai Gigi, vieni con me – Voglio giocare la vita insieme a lei, non ho più paura di romperla.

Non toglie la mano dalle mie.

I suoi occhi non stanno più cercando.

marg

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