NBA: ONE FOR THE AGES

Giunge al termine un altro campionato NBA: i Lakers vincono il loro diciassettesimo titolo, LeBron James il suo quarto, 106-93 il risultato finale di una gara-6 dominata dai losangelini in veste gialloviola, che segna il termine di un anno di basket davvero pazzesco.

Non saprei da dove cominciare, se mi venisse chiesto di descrivere il campionato NBA 2019/20. Forse, per ragioni cronologiche, incomincerei dalla fine, anzi, da dopo la fine, dallo stupore della mattina successiva, nel comprendere che sia finita, dunque. Alla fine è finita. Sembra così scontato, ma non lo è affatto.

Il proseguimento del campionato NBA, come accaduto per tutti gli altri sport, era stato messo in grave pericolo in primo luogo dall’esplosione del coronavirus, che ha subito contagiato molti giocatori e dunque generato la sospensione temporanea.

Già qui in molti avevano perso le speranze, considerata la drammaticità della gestione dell’epidemia negli Stati Uniti e la difficoltà nel tenere sotto controllo un campionato come l’NBA, che prevede partite ogni giorno e che vede affrontarsi 30 squadre provenienti da tutti gli stati federali statunitensi, richiedendo il trasporto dei giocatori tra città distanti fino a 6 ore di volo.

In questo momento di difficoltà, tuttavia, l’NBA si è distinta come associazione dalla grande tenacia e dai potenti mezzi, oltre che dalla capillare organizzazione.

In breve, si è deciso per l’istituzione di una vera e propria “bolla” separata dal mondo esterno, nei pressi della città di Orlando, dove fare alloggiare solamente gli atleti e lo staff di ciascuna squadra, monitorati in sede d’entrata e costantemente durante la permanenza, per evitare qualunque tipo di possibile contaminazione. I giocatori hanno potuto risiedere in 4 maxi-hotel, equipaggiati con tutto il necessario per gli atleti, in termini di palestra e divertimento.

La scelta aveva inoltre comportando l’ideazione di un sistema volto ad accelerare la conclusione del campionato, la cui durata era già stata pesantemente allungata dalla sospensione durata 4 mesi. Era però presente anche la necessità di operare un non semplice bilanciamento tra l’esigenza di diminuire i match da giocare per accelerare i tempi, e quella di non penalizzare le squadre che erano rimaste fuori dalla metà alta della classifica al momento dell’interruzione del campionato, e dunque dalle fasi finali, ma che avrebbero potuto ipoteticamente raggiungerle se il campionato fosse proseguito regolarmente.

Risolte anche queste questioni tecniche, il 30 luglio i giocatori hanno fatto il loro ingresso nella “bolla” e da lì non sono usciti fino al momento dell’eliminazione della propria squadra. Per i Los Angeles Lakers e i Miami Heat, un’esperienza durata 75 giorni. Le visite familiari concesse a partire dal 31 agosto, per un massimo di 4 persone per giocatore e il tutto corredato da controlli capillari.

In tal modo, l’NBA ha affrontato un ostacolo apparentemente insormontabile registrando un insperato risultato finale di zero nuovi contagi dal momento dell’istituzione della “bolla”.

Il covid, tuttavia, non ha rappresentato l’unico scoglio. Vi è stato anche il clima di tensione, costantemente esacerbato dai numerosi episodi di violenza, tra la polizia statunitense e la black community, culminato con l’uccisione da soffocamento per mano di un poliziotto di George Floyd il 25 maggio 2020, episodio che aveva peraltro portato alcuni giocatori (Kyrie Irving, tra tutti) a suggerire un boicottaggio dell’NBA, indicando il basket come una distrazione rispetto alla battaglia sociale in corso.

Il compromesso viene trovato con la scelta di indirizzare in maniera costante messaggi di tolleranza e non violenza e di utilizzare la cassa di risonanza costituita dalla visibilità NBA per continuare la campagna sociale in corso fuori dalla bolla, ad esempio inserendo dietro ad ogni maglia di ciascun giocatore un messaggio, come l’ormai celebre “Black Lives Matter”.

Il 25 agosto 2020, in seguito al terrificante video in cui un cittadino afroamericano, Jacob Blake, viene colpito a distanza ravvicinata da tre colpi sparati dalla polizia statunitense a Kenosha, in Wisconsin, i Milwaukee Bucks decidono di non scendere in campo per protesta e seguono a ruota tutte le altre squadre NBA.

È di nuovo il panico: incontri e dialogo costante tra Associazione Giocatori e dirigenza NBA, ago della bilancia che alterna a seconda della fonte informativa verso il proseguimento o verso l’interruzione definitiva, c’è incertezza totale. Poi, il 28 agosto, si decide di continuare.

Ancora una volta, il compromesso: vengono date delle garanzie ai giocatori sull’impegno sociale dell’NBA, i palazzetti adibiti a seggi elettorali, in aggiunta all’investimento economico volto a sostenere iniziative di sostenibilità sociale ed integrazione.

Da lì in poi, e gli appassionati di basket possono confermare, si è potuto sperimentare uno dei campionati playoff più emozionanti degli ultimi anni, chiuso simbolicamente da una vittoria dei Los Angeles Lakers, nell’anno della prematura scomparsa di un’icona di questo sport e dello sport in generale: Kobe Bryant.

Finora si è parlato solamente delle difficoltà tecniche, pratiche e dell’abilità dell’NBA nel riuscire a divincolarsi tra i potenziali impedimenti, ma la ferita più profonda per la palla a spicchi, sia per i giocatori, sia per gli spettatori, è stata inferta dalla morte di Kobe, che ha lasciato un incolmabile senso di vuoto in tutti coloro che amano questo sport.

La vittoria dei Lakers ricuce almeno in parte questa tremenda ferita, offre una parvenza di senso a qualcosa che, per definizione, senso non ha.

Riguardare oggi quell’ultimo post sul profilo Instagram di Kobe, poche ore prima del tragico incidente, che si congratula con LeBron James in maglia Lakers per averlo scalzato dal terzo posto nella classifica del “maggior numero di punti segnati di tutti i tempi” e che gli augura il meglio per il futuro, trasmette una sensazione di un passaggio di testimone, di un naturale prosieguo delle cose, che non può che far bagnare le guance a chiunque ami questo sport.

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