Autobianchi Y10, quando l’idea di utilitaria iniziò a cambiare

Le vetture che siamo abituati a vedere oggi nelle nostre strade sono ovviamente il frutto di un’evoluzione tecnologica, ma anche di stile, iniziata qualche anno fa proprio a partire da un’auto non ancora dimenticata (almeno da quelli che cominciano ad avere qualche capello bianco). Siamo a metà degli anni ottanta. Le auto erano Grandi, medie o piccole. Le grandi erano superaccessoriate, le medie avevano qualcosa di bello e dotazioni optional e poi c’erano le piccole, essenziali, brulle, da combattimento (tranne poche, pochissime), poi arrivò lei, la Autobianchi Y10.

Era diversa da tutte le altre. Rompeva tutti gli schemi, ma al contempo, come spesso è successo nella storia automobilistica con le automobili italiane, queste hanno segnato l’inizio, sia tecnologico che di design, di un qualcosa che è poi diventato di dominio di tutti. La Y10 ha segnato una svolta. Nello stile era essenziale, con le linee tese, filanti e che si interrompevano di tronco, verticalmente e con un portellone nero opaco. Semplice ma elegante con molte soluzioni innovative.

Venne apostrofata in varie maniere dai detrattori. Il più comune appellativo fu, “ferro da stiro”, ma era solo paura per un qualcosa di nuovo che si stava affacciando nelle strade. L’aerodinamica, i profili, la razionalità dei tagli delle lamiere, i fari e anche i vetri avevano un andamento nuovo rispetto a tutta la concorrenza che all’inizio stentò ad esser compresa.

L’auto era piccola, un’utilitaria, misure: 340 cm di lunghezza; 150 cm di larghezza; 143 cm di altezza, per un passo di 216 cm e la massa di soli 780 kg. eppoi: Sospensioni e geometria: Avantreno a ruote indipendenti, braccio trasversale con montante telescopico e biella obliqua (Schema McPherson), molla elicoidale, barra stabilizzatrice anteriore.
Retrotreno con sospensioni ad omega con boccola centrale a deformazione controllata e bracci di reazione longitudinali, ammortizzatori idraulici a doppio effetto.

Auto  leggera, scattante e che consumava davvero poco. Il telaio non era stato concepito secondo i principi odierni della sicurezza passiva. Pianale e telaio erano in parte condiviso con la Panda II serie, così come le sospensioni posteriori ad Omega e una motorizzazione (1.0 fire).

All’interno la seconda rivoluzione: Lo stile. Auto elegante con moquette a terra e Alcantara su sedili e parte della plancia. Tra le prime utilitarie ad essere dotata di vetri elettrici anteriori e posteriori elettrici a compasso (se ne sono visti più pochi). Aveva la chiave con il telecomando e la chiusura centralizzata e cosa nuovissima per l’epoca, il condizionatore (sulla igloo di serie, optional per tutte tranne turbo e GT i.e.).

La Y10 è stata un’auto di transizione dall’epoca dei carburatori, all’iniezione elettronica, fino al catalizzatore e al rispetto delle norme antinquinamento Euro 1 e 2. Ha vissuto l’introduzione dell’uso delle cinture di sicurezza. Un prodotto che è stato modificato nel corso della sua lunga carriera per adeguarsi alle esigenze del pubblico, ma anche alle normative che mutavano. Nata come evoluzione di un modello, la A112 storico,  evidentemente sorpassato, ebbe delle difficoltà iniziali ad essere accettata. Poi invece è diventata un’icona, della quale design e carrozzieri si innamorarono. Nacquero tantissime e diverse serie speciali, e tutti ormai la consideravano un’icona del tempo. (solo la Smart ha seguito in epoca successiva la stessa storia controversa, un’escalation, che poi però ha avuto una diversa evoluzione).

L’Autobianchi Y10 o Lancia Y10 (come veniva venduta all’estero) ha avuto tante motorizzazioni. A partire dall’innovativo Fire 1.0 999cc da 45 CV del debutto, per poi passare ad un motore di derivazione brasiliana (lo stesso della uno CS) 1049 da 55 CV delle versioni Touring e LX (poi sostituito da un’evoluzione Fire di 1108 cc da 57 CV) ma anche Turbo (poi sostituito da un’unità 1300 cc i.e. da 76 CV – ridotti poi a 72 così come la cubatura per l’introduzione del catalizzatore). E’ stata presentata anche in versione 4×4 (praticamente una Panda in miniatura, trazione anteriore, posteriore inseribile con comando elettropneumatico).

La mia versione preferita è stata la FILA, che sognavo ad occhi aperti, ma che non ho mai posseduta.

La razionalità e il suo estro sono state le armi del suo fascino. Due concetti contrapposti che però ne decretarono un successo costante e rinnovato. Dal 1985, anno del debutto, al 1995, data del pensionamento, la Autobianchi Y10 ha avuto quasi 1.200.000 acquirenti nel mondo, segnando e tracciando un nuovo modo di fare le piccole automobili. Le auto piccole ma alle quali non mancava nulla. Auto piccole ma confortevoli con tutti gli optional e rifiniture di una berlina di medie dimensioni.

Non aveva nessun tipo di sistema di sicurezza attiva o passiva. C’era solo l’interruttore inerziale introdotto nelle produzioni del tempo per scongiurare gli incendi in caso di incidente. Non c’erano barre di protezione laterale, ne Air Bag, L’ABS era solo per le macchine grandi. Da poco era stato introdotto lo specchietto retrovisore destro e le auto avevano – tutte – le cinture di sicurezza, ma non era obbligatorio usarle.  All’epoca si andava così. Si andava alla grande. Io non l’ho avuta, l’ho però guidata. Una guida secca e con un cambio delle Fiat dell’epoca. Auto diverse indubbiamente. Eccezionale in città,  si parcheggiava ovunque ed aveva un’ottima visibilità. Non consumava niente e c’entravamo in cinque malgrado le misure. Ci ho fatto un viaggio fino in Abruzzo e mi era sembrata comodissima. Ora incontrandone ancora qualcuna per le strade, sembra davvero piccola. Pensare che mi sarebbe davvero piaciuto averne posseduta una.

E’ stata l’ultima Autobianchi, sostituita poi dalla sua evoluzione, la Lancia Y, (Lancia, anche esso – ormai – Marchio destinato ad entrare nei ricordi).

 

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