Il progetto del ponte sullo stretto d’Irlanda

Alcuni l’hanno chiamato simpaticamente “Borisconi”, con riferimento alla somiglianza del progetto che sta rimbalzando nelle tv inglesi con il famoso ponte sullo Stretto di Messina di memoria berlusconiana. Boris Johnson ha infatti proposto la realizzazione di un ponte che possa unire Irlanda del Nord e Scozia, evocando i famosi progetti di unione tra Sicilia e Calabria.

La risposta del comitato di esperti è stata peraltro molto simile a quella ricevuta dai nostri politici: “è impossibile”. E allora Boris si è concentrato su una variante simile all’esperimento della Manica, che unisca i due paesi passando sotto terra, ricevendo però anche in questo caso reazioni non esattamente entusiaste. Particolarmente simpatico il commento di Simon Hoare, tra l’altro compagno irlandese di partito di Johnson, il quale ha invitato a “smetterla con gli allucinogeni”.

L’idea esiste già dal 2019, tempo in cui le ipotesi di fattibilità erano state più ottimistiche per via dell’ipotesi di accreditare l’operazione all’Unione Europea, per poi tramontare con la presa di coscienza che i paesi, non facendo più parte dell’Unione, non avrebbero avuto vita facile nel cercare di convincere Bruxelles a farsi carico del progetto. Rimane poi, oltre alle innumerevoli questioni tecniche, le forte ostilità dei cittadini dei due paesi rispetto alla realizzazione del ponte, che sembra piacere, per ora, solamente ai leader di Irlanda e Inghilterra, due paesi interessati solo indirettamente dall’eventuale progetto.

Una nuova versione ha però riacceso l’interesse su una materia che sembrava ormai sepolta, visto che la nuova versione del progetto prevede un tunnel solamente ferroviario che colleghi la scozzese Straener alla nordirlandese Larne, evitando di passare sopra alla vicina fossa del Beaufort’s Dyke, profonda oltre 300 metri. Sulla base di questi presupposti, il costo, circa 11 miliardi, potrebbe essere ragionevole a patto che gli studi statistici dimostrino che la potenziale fruizione giustificherebbe l’impegno economico.

Il messaggio esposto a Glasgow poco dopo l’ufficializzazione degli effetti della Brexit.

L’idea, anche in questo nuovo format, sta incontrando il disappunto della maggior parte della platea politica, che vede l’atto come un tentativo di Boris di distrarre l’attenzione dalla Brexit, o che lo addita come progetto personale di Boris, teso solamente ad accrescerne la popolarità. Tutto sommato, è vero anche che i due paesi destinatari del progetto sarebbero le due più grosse gatte che il premier britannico ha trovato da pelare in seguito alla rottura con l’UE.

Scozia prima e Irlanda poi, infatti, hanno manifestato la chiara intenzione di voler tornare a far parte della confederazione europea. In Irlanda del Nord sono poi forti i sentimenti indipendentisti, che potrebbero portare il paese a rivendicare ufficialmente il diritto di scegliere se accorparsi a Irlanda o Inghilterra. Non sorprende che il ponte, dunque, possa venir visto come una sorta di gesto di speranza che, attraverso dei ponti fisici, il Regno Unito possa ritornare tale anche in senso politico.

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