NBA 2020-21: bilancio di (quasi) metà stagione

Vediamo insieme alcune delle squadre che hanno creato più clamore in questa stagione NBA.

La sorpresa: New York Knicks

Certamente, la squadra guidata da Tom Thibodeau rappresenta, in positivo, la vera sorpresa di questa stagione. Attualmente, i Knicks si trovano al quarto posto nella classifica della Eastern Conference, reduci da uno scorso anno disastroso da qualsiasi punto di vista. Per una squadra che fino a poco tempo fa si trovava completamente priva di speranze di miglioramento, considerata vuota di talenti giovani e destinata ad altri anni nell’inferno dei bassifondi di classifica per poter sperare di ambire ad un progressivo rebuilding, la prospettiva è improvvisamente mutata.

La ricetta comune a molte esperienze di Thibodeau, amalgama di squadra e lavoro personale sui singoli stanno portando frutti importanti. Non può essere taciuta la crescita disorientante, in termine di gestione e continuità, di Julius Randle. Che il talento fosse molto ce ne si era accorti, ma che potesse essere veicolato sino a far diventare il ragazzo leader di una squadra da playoff, questo non era affatto scontato. 23.4 punti, 10.9 rimbalzi e 5.5 assist di media legge lo stat-sheet, numeri che descrivono un indiscutibile all-star.

Non è solo Randle a fare le fortune di New York: un’ottima presa al draft, alla numero 25, in Immanuel Quickley, che ha saputo ritagliarsi spazio come realizzatore dalla panchina e un RJ Barrett cresciuto in scelte tattiche e rifinitura realizzativa certamente hanno influito nei risultati ottenuti.

La conferma: Utah Jazz

Vi è chi avrebbe messo questa squadra nel novero delle sorprese, forse. Una underdog che mette a bada i due colossi delle due sponde di Los Angeles. La verità è che la squadra che attualmente si trova al primo posto nella Eastern Conference, allenata da Quin Snyder, è il frutto di un progresso lineare che ha investito gli ultimi anni. Magari poteva non essere scontato che tale progresso potesse imprimersi con una tale solidità, ma che i Jazz avrebbero fatto bene anche quest’anno non era una sorpresa. E che siano al primo posto, leggendola a posteriori, nemmeno.

Gli ingredienti sono un gioco di squadra creativo e ben organizzato, volto a cercare sempre il tiro migliore e a valorizzare ciascun singolo. Sarebbe marginale citare i singoli interpreti, ma due menzioni le faremo e son sempre le stesse: Donovan Mitchell per l’attacco e Rudy Gobert per la difesa, due tra i migliori interpreti della lega nella rispettiva fase. Ecco che però si vede la peculiarità dei Jazz, il cui impegno principale di squadra è quello di rendere, mano a mano che i due giocatori citati crescono di livello, il loro utilizzo il meno indispensabile possibile, sgravarli quanto più del loro ruolo.

Per questo motivo, il tabellino della compagine di Utah è tra i più imprevedibili: può accadere che nessuno superi i 20 punti e ne vengano segnati 120 complessivi, come può accadere che a realizzare 30 punti siano Bogdanovic, Clarkson, sempre più calato nel ruolo di sixth man da fuoco rapido, o addirittura Ingles. Se manca Conley a fare il playmaker, ecco che lo sostituisce Ingles, che playmaker, in quanto a caratteristiche, non lo è affatto. Se manca Gobert, ecco che sotto le plance ci va Royce O’Neale. Intercambiabilità: non è il “chi” a contare, è il “cosa” e soprattutto il “come”.

Il flop: Washington Wizards

Un flop forse piuttosto annunciato, per una squadra che compete questa infelice palma con gli Houston Rockets, anch’essi in forte difficoltà. La squadra di Washington, revitalizzata nel morale a inizio anno dall’arrivo di Russell Westbrook, è collocata al dodicesimo posto degli standings nella Western Conference. Problemi enormi li si hanno in difesa, mentre l’attacco poggia sulla spalle di Bradley Beal, protagonista dell’ennesima stagione giocata a livelli pazzeschi.

Westbrook non ha fornito l’apporto sperato, pur rimanendo assolutamente dignitoso in termini di numeri a tabellino. Il resto è vuoto cosmico: il rookie Deni Advija ancora non ha acquisito la consapevolezza necessaria e solo nelle ultime gare Bertans ha incominciato a portare alla tavola numeri degni del contratto offertogli ad inizio stagione. Sono grossi i dubbi sul futuro di Beal, che più volte ha manifestato amore e appartenenza per la città, ma che per troppo tempo ormai ha vestito i panni del predicatore del deserto. Si profila, per Washington, la possibilità di una ricostruzione dalle fondamenta.

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