Coronavirus, rinviate 5 partite di Serie A

Non si placa l’allerta Coronavirus, mentre il Nord Italia si blinda anche lo sport nazionale deve correre ai ripari. Difficile la decisione della Lega di Serie A di rinviare cinque partite nel prossimo fine settimana, prendendo in considerazione anche il fatto che tra queste vi è la sfida scudetto Juventus-Inter. Una scelta che per alcuni rischia di fomentare il clima di incertezza e panico generale, mentre per altri è una saggia decisione a tutela della salute pubblica.

Si può infatti facilmente intuire che assembramenti di 30 o 40.000 persone possano costituire un rischio di contagio non indifferente. La scelta iniziale di giocare le partite a porte chiuse è stata giudicata ancora più pericolosa, difatti si è temuto che l’immagine dei big match di Serie A giocati con gli spalti vuoti avrebbero potuto dare un’immagine ancora peggiore del Paese. Quindi nelle zone a rischio il calcio si prenderà una vacanza di almeno due settimane, riprendendo con ogni probabilità al momento della cessazione delle misure preventive di altra natura nella regione. Quando le scuole e la maggior parte degli edifici pubblici riapriranno, la faranno anche gli stadi.

Ma il calcio è prima di tutto interesse aziendale e molti personaggi di spicco della vita sportiva nostrana hanno mostrato il disappunto. Tra questi non c’è sicuramente Andrea Agnelli, patron della Juventus. La Vecchia Signora da giorni scalpitava per il rinvio, anche per poter giocare il Derby d’Italia in un momento di alleggerimento del calendario. Più voci hanno polemizzato contro questo endorsement del magnate torinese alla decisione della Lega, considerandolo a loro parere l’ennesimo episodio di influenza inappropriata della dirigenza sull’organo decisionale del nostro campionato.

Di parere radicalmente opposto a quello di Agnelli c’è Giuseppe Marotta, storico uomo della Juventus passato di recente all’Inter nella veste di amministratore delegato. Teme infatti che un rinvio tardivo (per il momento previsto alla metà di maggio) possa intasare il calendario dell’Inter rendendo complicata la volata finale per lo scudetto. Più diplomatica la tesi dell’allenatore della Roma Fonseca, la cui squadra per il momento non è stata coinvolta nei rinvii.

I giallorossi sono infatti attesi domenica prossima all’Olimpico di Roma contro la Sampdoria. Data la momentanea assenza di contagi diffusi nella Capitale si è deciso di proseguire ma prossimamente la Roma sarà impegnata anche fuori dalle mura capitoline, in Nord Italia. Secondo il tecnico per garantire eguale trattamento a tutte le società si sarebbe dovuto procedere con un rinvio collettivo della giornata, senza agire sul singolo incontro.

Certo è che un calcio che si ferma e ha paura di mettere il pallone in campo dà un’immagine molto negativa del Paese e della sua sicurezza. La Serie A è solo l’ultimo dei grandi circuiti di intrattenimento a doversi essere fermato per via del coronavirus: musei, scuole, concerti e in generale tutti i luoghi dove possa esservi un evitabile assembramento di persone sono diventati off-limits. Il ritorno alla normalità significherà la riapertura di questi luoghi ed è l’obbiettivo principale delle singole amministrazioni locali coinvolte nell’emergenza.

Il calcio sembra essere permeabile alle polemiche sempre e comunque, che riguardino la moviola su un rigore assegnato o negato oppure il suo doversi piegare a misure di pubblica sicurezza. A farne le spese però sono sempre gli appassionati che non possono assistere al match della loro squadra del cuore per via di emergenze improvvise e perdono il denaro investito nei mezzi di trasporto e le ferie prese magari per l’occasione. Mentre il costo del biglietto per entrare negli stadi è rimborsabile, non sembra esserlo altrettanto il danno all’immagine di sé che questo paese sta trasmettendo all’estero. Specie se ad essere colpito è un simbolo nazionale come il pallone.

 

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