È scomparso all’età di 84 anni il compositore Harold Budd

Ennesima vittima del Covid-19, è morto ieri all’età di 84 anni Harold Budd, compositore americano e figura centrale nella scena ambient ed avant-garde losangelina del tardo Novecento.

Raramente al centro dell’attenzione “mediatica”, ha sempre parlato più attraverso i suoni, che attraverso le parole e le volte in cui lo ha fatto ha dimostrato una semplicità e sincerità addirittura inaspettate, in considerazione del contesto dal quale proviene, da molti ritenuto complesso, o poco concreto.

Nato a Los Angeles, ha vissuto la sua infanzia e giovinezza nel deserto del Mojave, dove, afferma, ha imparato i suoni del vento. Entrato nell’esercito suona la batteria e si convince a ricercare un’educazione sonica accademica. Si iscrive prima ad architettura conseguentemente, spinto da un insegnante particolarmente capace a cogliere le potenzialità del suo alunno, si trasferisce ad un corso sull’armonia e incomincia a suonare dal vivo, concentrandosi inizialmente sul jazz.

Il completamento degli studi coincide con la sua ricerca musicale ed interiore sulla musica modulare, o addirittura, in perfetta coerenza con lo zeitgeist dei tardi ’60, con analisi provocatorie sulla qualità grafica della musica, che lo conducono a diventare una delle figure maggiormente apprezzate nel panorama avant-garde e a ricevere l’offerta di un ruolo di insegnante all’Accademia delle Belle Arti di Los Angeles.

Harold Budd ha sempre inteso la musica come concetto trasversale, olistico e non ci vuole molto prima che appaiano evidenti le contaminazioni artistiche, come l’ingresso nel surrealismo e nel minimalismo. Budd mantiene una corrispondenza costante con Mark Rothko e condivide con questi il desiderio di portare al pubblico un tipo diverso di esperienza attraverso i suoi suoni, simile all’approccio di Rothko con le arti visive, molto ricercato dal punto di vista sensoriale.

Budd non ha mai nascosto di trovarsi disconnesso rispetto all’atmosfera di Los Angeles negli anni ’70 e dal contesto dell’Accademia delle Belle Arti in particolare, riguardo la quale dirà “non avevo nulla da spartire”. Riconosce questa disconnessione il collega Brian Eno, che gli tende una mano e gli chiede di trasferirsi a Londra. Siamo quasi alla fine degli anni ’70 e Brian Eno ha acquisito una risonanza notevole tra gli artisti del tempo, per i lavori di produzione con Talking Heads, la collaborazione con David Bowie e per il proprio lavoro personale in termini di sperimentazione musicale.

Budd si accosta ad Eno proprio riguardo a quest’ultimo elemento, collaborando allo sviluppo del concetto di “musica per ambienti”, del quale poi Eno verrà considerato il padre indiscusso. Budd è ben consapevole che questo cambio di prospettiva gli cambierà la vita e negli anni affermerà: “devo a Brian tutto ciò che sono”. Harold Budd nel 1978 crea A Pavillon Of Dreams, con la produzione di Eno e susseguentemente ha inizio la collaborazione effettiva tra i due. Il sodalizio offre alcuni dei dischi più importanti della storia della musica ambient: The Plateaux of Mirrors e The Pearl.

Budd e Eno producono uno strato sonoro percepibile fisicamente, ma sospeso nello spazio e nel tempo, in grado di cullare le emozioni dell’ascoltatore, prendendo il controllo della capacità di amplificare le sensazioni e di riporle dietro alle quinte a piacimento, riconsegnando all’ascoltatore la guida di queste ultime solo al termine dell’esperienza sonora. Un’essenza onirica, slegata dalla realtà, riassumibile con i nomi stessi dei dischi: un padiglione di sogni, la perla.

Brian Eno ha affermato, dopo l’uscita di Plateaux of Mirrors (“vassoio di specchi”): “Harold produceva la musica, io il suono.”

Budd nel 1981 compone The Serpent, che ne cristallizza l’eternità nella storia della musica d’ambiente. Passaggi di pianoforte surreali creano una colonna sonora alla vita vissuta, permettendo all’ascoltatore di domandarsi ripetutamente se la consistenza degli oggetti attorno a sé sia fisicamente percepibile, o se si sia perso in un sogno, o in un flashback.

Il 1986 è forse l’anno più importante nella carriera di Budd. Esce The Moon and The Melodies, in collaborazione con i Cocteau Twins, da molti ritenuto un esperimento fallito, un tentativo di trasporre il proprio panorama sonoro in un contesto che per troppi versi cozza con la musica d’ambiente. Rimarrà, tuttavia, a livello di notorietà, uno degli album più importanti di Budd. Sempre nel 1986 esce A Lovely Thunder, ulteriore capolavoro, che questa volta vede il genio del compositore assumere tinte più pessimistiche, vertiginose. Gypsy Violin, il brano di 20 minuti che chiude il disco, appare a tratti ossessivo e disorientato, oltre che di rara permeabilità.

Budd prosegue negli anni a venire nella sperimentazione sonora, con contaminazioni poetiche, senza mai raggiungere i picchi qui sopra menzionati, ma rimanendo costante con le uscite e la volontà di rinnovarsi. Nel 2004, esce Avalon Sutra, definito da lui come il proprio “ultimo album”, e afferma di essere giunto alla saturazione della propria ricerca sonica. La verità è che Avalon Sutra offre un’ulteriore tassello onirico al pubblico e rappresenta uno degli album più maestosi e piacevoli di Harold Budd in assoluto.

Inoltre, ritorna alle scene con alcune collaborazioni, alcune colonne sonore e nel 2011 fa il suo ultimo grande regalo al pubblico. In The Mist è un album che contiene al suo interno tutta l’esperienza del compositore. Meno profondo di altri suoi precedenti lavori, ma consistente nel generare nuovamente quell’invisibile nuvola sonora che rapisce l’ascoltatore e lo riconsegna a sé  stesso solamente una volta che il silenzio risuona pesante al termine del tempo di ascolto dell’album.

Un ultimo grande regalo che oggi ancor di più si accetta con gratitudine. La banalità di affermare che alcune individualità rimangono per sempre non rende giustizia alla ossessiva volontà di rinnovarsi dell’uomo in questione, ma la verità è che Budd, assieme ad Eno, ha creato un nuovo modo di percepire l’arte sonora, in un certo senso anche fenomenico, per cui rimane impossibile pensare ad un distacco definitivo da una fisicità che non può rappresentarlo a pieno. Harold Budd già si trovava e continua a trovarsi lì, tra sogno e realtà.

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