Su La Testa Festival – Intervista ad Alberto Bertoli

Riprende il ciclo di interviste del “Su la Testa Festival” di Albenga del 28-29-30 Novembre 2019: è il turno di Alberto Bertoli. Figlio d’arte (è infatti il figlio dell’indimenticato Pierangelo), si è fatto strada nel mondo della musica cantautorale italiana grazie a un prodotto di grande qualità, dove l’influenza musicale del padre si sente molto ma Alberto la personalizza con uno stile musicale distinguibile e originale.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?
Vengo da una famiglia di musicisti, oltre a mio padre Pierangelo anche alcuni miei familiari sono musicisti e… in questi casi la musica entra nel DNA di un artista. Ma la musica non è un qualcosa che si inventa: è qualcosa che devi avere dentro di te.

Nel 2004 presentasti al raduno del Fan Club di Ligabue il brano “Le cose cambiano”…
Un brano che per me significa molto. Un brano che era stato composto da Ligabue per mio padre Pierangelo a cui era molto legato, e Luciano stesso propose a me di interpretarlo. E’ stato davvero emozionante cantare questo brano sul palco di un nome che non è di certo il primo che passa nella scena musicale italiana. Come lo è stato anche aprire alcune date del suo tour negli stadi sei anni dopo…

Oltre a Ligabue, hai collaborato anche con altri grandi nomi della musica italiana come Paola Turci, Luca Carboni e soprattutto i Nomadi.
I Nomadi con cui ho ancora un grandissimo rapporto, tra l’altro il mio primo vero album “Alberto Bertoli” è stato prodotto proprio da Beppe Carletti sotto l’etichetta Nomadi… Anche con Luca Carboni mi sento spesso e con lui ho anche duettato diverse volte.

Carboni che ha partecipato anche a un grande concerto dedicato alla memoria di tuo padre da te organizzato, “Canterò le mie canzoni per la strada”, nel 2012 in Piazza Grande a Modena.
Organizzo spesso eventi in onore a mio padre, tra i quali anche il Premio Bertoli, nel quale grandi nomi si susseguono sullo stesso palco di artisti emergenti, creando un incontro tra la tradizione e le nuove leve della musica italiana. Dando anche opportunità a giovani cantautori di farsi conoscere attraverso una realtà diversa da quelle più note dei talent e del Festival di Sanremo (io stesso ho tentato la strada del Festival più volte ma sono stato sempre “bocciato”).

Sempre a proposito di eventi, sei stato uno degli artefici della versione 2012 di “A muso duro” di tuo padre Pierangelo, canzone di chiusura di Italia Loves Emilia.
L’idea di omaggiare mio padre a fine serata e coinvolgermi sul palco per quel momento speciale è stata di Claudio Baglioni, che ringrazio ancora oggi per questo. E vedere tutta quella gente proveniente da tutta Italia cantare insieme a tutti noi per amore della mia terra, l’Emilia, e per aiutare una regione fortemente in difficoltà al periodo come l’Emilia dopo il terremoto del 2012, mi ha fatto letteralmente venire i brividi e mi ha regalato grandi emozioni.

Parlaci del tuo rapporto con l’Emilia.
Potrei definirlo “morboso”. Ma nel senso positivo del termine. Per definire cosa intendo per “morboso” cito una frase che tempo fa mi disse il mio conterraneo Filippo Neviani, che tutti conosciamo come Nek: “Puoi girare l’Italia, l’Europa, il Mondo per portare in giro la tua musica, ma alla fine si torna sempre a Sassuolo”. Ecco, per quanto relativamente “piccola” sia Sassuolo e per quanto dicano sia “brutta”, alla fine è la terra in cui sono e siamo cresciuti, per noi è come se fosse il posto più bello del mondo, e tornarci ogni volta è sempre bellissimo.

Sassuolo però di certo non è “brutta” calcisticamente, visti i traguardi raggiunti in questi ultimi anni.
Eh sì! Dopo tanti anni siamo riusciti ad approdare in Serie A, persino in Europa League. Tutto merito di una persona che ha sempre dato tutto per rendere grande questa piazza calcistica: Giorgio Squinzi, che si è spento proprio un mese fa. E poco tempo dopo, anche sua moglie, in una storia che si può definire molto simile al mito di Filemone e Bauci. (Il giorno dopo l’intervista il Sassuolo pareggia a Torino contro la Juve per 2-2 e la settimana dopo con il Cagliari rivelazione del campionato, quindi si può dire che io e Alberto abbiamo portato fortuna alla squadra)

Quanto è stata influente l’opera di tuo padre Pierangelo nella tua musica.
Molto. Molti dei suoi elementi stilistici comprendono il mio modo di fare musica, anche se non tento per nulla di imitarlo in tutto e per tutto, in quanto prendo in prestito alcune sue caratteristiche per poi aggiungere alcuni elementi “miei” e creare uno stile cantautorale più personale e che io possa sentire più “mio”.

Tre brani che ti rappresentano di più.
Domanda difficile, perché ce ne sono tantissimi che a loro modo possano rappresentarmi. Potrei però sceglierne due: uno è E così sei con me, dedica a mio padre che ho scritto insieme al bassista dei Nomadi Massimo Vecchi (e che ho presentato anche al Nomadincontro di Novellara, paese di cui Augusto Daolio era originario), e l’altro è Matto del bar, pubblicato proprio quest’anno. Un brano che parla dell’Emilia, in cui il “bar” è una realtà sempre frequente nelle storie della mia terra, e racconta la storia di un matto che racconta una vita immaginaria interpretando l’aspirazione di tutti noi di vivere la vita inseguendo i nostri sogni.

Cosa pensi del Su la Testa Festival?
E’ davvero una gran bella realtà. Artisti provenienti da ogni parte e da ogni genere, c’è l’indie rappresentato da I miei migliori complimenti, il cantautorato irriverente di Giancane, l’internazionalità di Awa Ly e Maria Gadù. In questi eventi nasce anche un grande spirito di collaborazione, caratteristica fondamentale in questo ambito: trovo che nella musica ciò che viene portato avanti in collaborazione con qualcuno è il prodotto migliore, perché se nella musica si gioca “di squadra”, il prodotto acquista un maggior valore.

Progetti futuri.
Tanti ce ne sono! A partire dal tour di promozione del mio ultimo album “Stelle”, uscito lo scorso maggio. Saremo in tour per un anno, fino a novembre 2020, e dopo il tour ci si chiude in studio per lavorare al mio prossimo album.

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