Su La Testa Festival – Intervista a Davide Aicardi dei Messer Davil

Il 28, 29 e 30 Novembre 2019 si è tenuta la quattordicesima edizione del Su La Testa Festival di Albenga, che ha visto susseguirsi sul palco artisti internazionali (Awa Ly, Maria Gadù), importanti volti del cantautorato italiano attuale (Alberto Bertoli, Giancane, I miei migliori complimenti) e grandi realtà locali di successo come i Messer DaVil. La formazione del gruppo vede, al basso Federico Fughiz Fugassa, alla batteria Maurizio DePalo alle tastiere e ai synth Mauro Max Maloberti, alle chitarre Davide Aicardi, deus ex machina del progetto e autore di musica e testi, e alla voce Alessandro Lamberti. Con l’aggiunta durante i live di Alessandro Castelli alla chitarra. Abbiamo intervistato, a nome di questi ultimi, il loro chitarrista e “deus ex machina” Davide Aicardi.

Perché avete scelto il nome Messer DaVil?
Messer DaVil è un personaggio che è una nostra immagine verso l’esterno. Lo hanno definito un supereroe, in realtà nella nostra idea è un viaggiatore interdimensionale che è arrivato sul nostro pianeta, o meglio, nel nostro spazio-tempo dal suo spazio-tempo e ha iniziato a notare alcune contraddizioni della nostra società e queste contraddizioni sono quelle che poi caratterizzano il nostro album d’esordio. Album intitolato “La Sindrome di Stoccolma” perché racconta tutte le piccole cose quotidiane che ci rendono prigionieri e quindi dalle quali non riusciamo a liberarci perché da un lato in realtà ci fanno stare bene: pensa a un amore tossico, o anche a mangiare chili di patatine fritte. Cose che fanno male ma ti fanno star bene. C’è questo dualismo della vita che noi abbiamo raccontato nel nostro album, che rappresenta una prigionia “di Stoccolma” quasi volontaria. Il nome viene dal fatto che è un personaggio steam-punk, con mantella, bastone, occhialini da saldatore, sembra venuto da un altro tempo. Il Messer richiama il modo gentile di rivolgersi ai signori di metà-fine Ottocento, Davil perché in realtà è il mio nome d’arte, io sono il chitarrista, song-writer e deus ex machina del gruppo, anche se non ho fatto tutto da solo, il lavoro degli altri è fondamentale. Davil è inoltre scritto con la A rovesciata, un po’ un allusione al diavolo ma senza evocare illustri gruppi del passato come i Black Sabbath, è solo un gioco grafico per dare un nome elegante e qualcosa di misterioso. Diciamo che meno viene spiegato è meglio è, però DaVil in realtà sono io, è un soprannome che mi diede una mia amica mentre eravamo a Milano.

Vi definite una band di “crossover orizzontale indipendente”. Dai ai nostri lettori la definizione di tale genere.
Il motivo è perché il nostro disco è veramente influenzato da un’infinità di generi e noi stessi che suoniamo da anni (prima suonavamo in una cover band chiamata Soja Dream FM) ascoltiamo e suoniamo molti generi diversi tra loro. Potrei elencartene mille, ma nella nostra influenza c’è dal pop (non quello di adesso, quello dei Duran Duran per farti capire) al rock anche più estremo di Anthrax, Metallica e Slayer, passando per l’elettronica (Nine Inch Nails, Depeche Mode) e anche i cantautori (vengono citati Rino Gaetano e De André durante alcuni pezzi). Citazioni non tanto intellegibili, a noi non piace dare l’idea di aver copiato, di avere un sound di qualcun altro, proviamo sempre a lavorare sulla nostra identità. C’è anche tanto reggae, con sonorità che ricordano gli Africa Unite o gli Après La Classe che ci piacciono molto. Apprezziamo molto anche i Timoria, i Subsonica, i Bluvertigo, un po’ di Litfiba, la new wave italiana dei Diaframma, i CSI… Tutte queste robe si mischiano in qualcosa che diventa “nuovo” perché ormai non si inventa più troppo ormai niente, però viene suonato con un’attitudine molto “crossover” come erano alcuni gruppi di parecchi anni fa, come gli Urban Squad. Non è tanto per menarsela o per fare i fighi, è che proprio non ci piace rinunciare a nessun genere, per cui abbiamo suonato i pezzi con le attitudini di tutti i musicisti di tutti i generi che ci hanno influenzato. E poi abbiamo avuto un problema: quello di omogeneizzare il disco, che non poteva essere un disco dove c’era un pezzo più rock, un pezzo cantautoriale e uno spudoratamente dance. Per cui abbiamo fatto questo grosso lavoro di rifinitura e arrangiamento curato dal nostro tastierista Max Maloberti insieme al nostro produttore Alessandro Mazzitelli, io ero lì ma come “osservatore” e dicevo ogni tanto la mia per omogeneizzare tutto e dare dei suoni che poi suonassero come se fosse effettivamente un disco nato dalla stessa matrice. Il trait d’union, fil rouge o come lo si voglia chiamare che fa suonare il disco in maniera omogeneo è stato trovato nelle parti elettroniche e tutto quello che c’è sopra (a volte rock, a volte cantautoriale, a volte pop, a volte dance). In sottofondo c’è tutta questa componente elettronica che rimane sommersa, forse poco percettibile ma molto subliminale e che dà omogeneità al disco. Questo è il motivo per cui noi ci definiamo “crossover orizzontale” perché è un crossover che va di pezzo in pezzo, non sono tante cose mischiate in un unico pezzo, ogni pezzo ha due o tre elementi di crossover che vengono distribuiti orizzontalmente e quindi non verticalmente per il disco. Non aveva inventato nulla, per intenderci Daniele Silvestri l’ha sempre fatto nei suoi dischi e in maniera sicuramente anche migliore di noi (se si ascolta un disco di Silvestri c’è un pezzo rock, c’è un pezzo cantautoriale, c’è la bossanova, c’è un pezzo pop…)! Indipendente invece perché è un disco completamente indipendente, prodotto in indipendenza insieme ad Alessandro Mazzitelli (il nostro produttore) e GT Music Distribution che distribuisce il disco nel supporto fisico, e ha deciso di portarci nei negozi dopo aver apprezzato il progetto.


Il vostro album di debutto si chiama “La Sindrome di Stoccolma”. Qual’è il motivo della scelta di questo titolo e qual’è il brano di questo progetto che più lo rappresenta e consiglieresti ai vostri potenziali nuovi ascoltatori di ascoltare?
Come spiegato nella prima domanda, il titolo deriva dal concept dell’album stesso che è appunto un album in cui ogni canzone parla di qualcosa in particolare che ci rende prigionieri e ci imprigiona e ci fa star bene e ci compiace. La Sindrome di Stoccolma è una sindrome famosa, passata alla storia perché è la sindrome dei prigionieri che si affidano ai loro carcerieri, quindi noi usiamo questa metafora per raccontare la vita di tutti i giorni. Sono piccole cose, non sono cose grandi, non è l’eroina, non è la dipendenza dalla droga, sono cose piccole, magari un amore per cui si litiga tutti i giorni ma per il quale comunque si sta insieme o, perché no, anche i momenti in cui si va a correre o in bicicletta, anche quella può essere una dipendenza, così come anche la musica, le serie TV, Internet… Questo è il motivo del titolo dell’album. Un concept album, un po’ anacronistico nel 2019 però ci siam sentiti di fare così. Il pezzo che più rappresenta il disco è difficile da scegliere, perché per il motivo di cui parlavo prima della presenza di molti generi che si mischiano per diventare qualcos’altro, è difficile sentire un brano e dire “ah, ok, mi piacciono”. Il primo singolo, L’idiota digitale, parla della dipendenza da social e di come si riesce a risultare dei perfetti idioti commentando qualcosa con pregiudizi o anche solo per noia o ignoranza (fake news, scie chimiche, tutte quelle robe lì. E’ sostanzialmente un brano reggae rock. Il prossimo singolo che uscirà, Quello che proteggiamo, è una ballad elettronica che parla di tutte le cose importanti per ognuno di noi, per qualcuno può essere un cucciolo, per qualcun altro la sua collezione di vinili, per qualcun altro un ricordo, un amore segreto. Un brano più intimista. Poi uscirà Self control, che è un pezzo pop, pop-rock molto lanciato, molto allegro, un po’ scanzonato e quindi un’atmosfera ancora diversa. Uscirà poi Avanzi, un mid-tempo rock elettronico con un ritornello molto orecchiabile, molto lanciato, non vorrei dire alla Sanremo… E poi uscirà Volare via, un pezzo dance mescolato al rock: immaginati i Subsonica e i Timoria miscelati insieme. Quindi è veramente difficile definire qual è il pezzo che più rappresenta il disco. Ma dal live ho notato che Quello che proteggiamo è il pezzo che ha colpito quasi tutti. E’ come parlare dei Mr. Big partendo da To Be With You o dei Metallica partendo da Nothing Else Matters, una ballad ha più facile penetrazione, ma il gruppo è molto altro.

Oltre a essere il deus ex machina di questo progetto sei anche uno sceneggiatore di fumetti e cine-televisivo. Questa tua attività ha influenzato il processo compositivo di questo progetto?
Assolutamente, la narrazione è sempre stata la guida della mia vita fin da quando ero bambino, la voglia di raccontare delle storie mi ha completamente influenzato nel modo in cui poi faccio qualsiasi cosa. Detto questo, mi ha influenzato nel bene e nel male, cioè mi ha influenzato sicuramente nel processo che mi piacerebbe definire artistico, anche se è un termine che odio, però penso che sia tutto artigianato finché qualcuno non decide effettivamente sia arte: preferisco definirlo processo creativo. Mi ha però come detto prima influenzato anche in senso negativo, perché l’essere rimasto “schiavo” perché faccio uno dei lavori più belli del mondo e ne sono felice e fiero, ma dal punto di vista della condizione di lavoro legata a quel tipo di immagine (per immagine si intende legata a quel tipo di media) per anni mi ha molto spronato a dire “adesso riprendo in mano la chitarra” (che era già il mio hobby da ragazzetto, ai tempi del liceo, quando andavo a suonare con i miei amici, che erano già loro, i Messer DaVil, con il nome di Soja Dream) ma andavo anche a fare le marchette in balera suonando liscio per fare le 100.000 lire che erano un piccolo stipendietto, pertanto un po’ di noia e voglia di fare altro mi ha fatto mettere al computer, mi ha fatto attaccare Logic e iniziare a scrivere le tracce e registrare quelli che poi sono diventati i provini dell’album. E mentre facevo questa cosa, semplicemente le storie che mi venivano in mente invece che scriverle sotto forma di soggetto, di sceneggiatura, cercavo di raccontarle in maniera diversa, più concisa, più musicale, anche lì non voglio dire poetica perché mi sembra esagerato, però con la poetica diciamo legata al mezzo musicale. Non so se nel disco sono andati i pezzi che in questo senso son più riusciti perché oltre a quelli entrati effettivamente nel disco ce ne sono molti altri che sicuramente entreranno nelle prossime lavorazioni, però mi rendevo conto che più scrivevo e più stavo migliorando, e c’erano delle cose con alcune ingenuità che stavo limando, sono tornato indietro e ho provato a limare anche le altre. Non credo di esserci riuscito a farlo con tutti i pezzi e tutti i testi però per quanto mi riguarda… sì, mi ha influenzato in questo senso e anche emotivamente la parte musicale, per quanto ho potuto, effettivamente a livello compositivo ho provato a darle un effetto narrativo. In questo senso poi è subentrato Mauro Maloberti detto Max che con la sua esperienza di arrangiatore (lui ha lavorato anche con nomi abbastanza importanti) mi ha aiutato a rendere al meglio questa intuizione musicale. E Messer DaVil è un parto della creatività più legata all’aspetto della sceneggiatura che a quello musicale.

I Messer DaVil sono un gruppo che nasce dalle ceneri dei Soja Dream FM. Parlaci della tua esperienza in questo gruppo.
I Soja Dream FM sono un gruppo che è stato attivo dalla fine dei ’90 al primo decennio dei 2000, forse un po’ meno, in Liguria e Basso Piemonte. I componenti erano praticamente gli stessi dei Messer DaVil tranne il bassista che era Emiliano Goso che ora è fonico residente al Comune di Bologna (ora nei Messer DaVil suona Federico Fugassa). In più dal vivo c’è Alessandro Castelli che mi aiuta con le chitarre, e nei Soja Dream non c’era. Ed era un gruppo che era molto “cialtrone”: facevamo tutte queste cover che gli altri non facevano. Proponevamo dal vivo Subsonica, Bluvertigo, Depeche Mode ma nella loro parte elettronica (non roba come Enjoy the silence), quelle cose un po’ più complicate che gli altri non facevano e andavamo anche a pescare roba che nessuno conosceva. Alessandro Lamberti, il cantante, fissatissimo con un certo tipo di musica rock americana, amava Chris Cornell, gli Incubus, dal vivo eseguivamo cover degli Audioslave, degli Hoobastank, degli stessi Incubus, cose che nessuno presentava. Mischiate a classici tipo i Police o a pezzi dei Subsonica “difficili” nel senso che erano un po’ complicati da suonare. E quindi questo mischione, che si è poi andato a ritrovare nel nostro disco, è nato un po’ da lì. Il “crossover orizzontale” è quindi nato dal fatto che noi suonavamo i pezzi che ci piacevano. E nacque inoltre la filosofia una sera in un pub di NON suonare le cover che eseguono tutti: niente Roadhouse Blues, niente Knockin’ On Heaven’s Door, niente tutti quei pezzi che senti fatti dalle cover band in milioni di modi e milioni di volte, niente Ligabue, niente Vasco Rossi, tutte quelle robe che le cover band fanno tutte uguali, che poi vai a sentire un gruppo suonare dal vivo e ti sembra identico a quello che hai sentito suonare la sera prima. Niente, la filosofia era questa: non faremo niente di quello che sentiremo suonare in giro. Per cui andavamo a recuperare anche magari pezzi come Save a prayer dei Duran Duran, dei pezzi molto emotivamente interessanti, però che nessuno suonava dal vivo o anche pezzi che nessuno suonava perché complicati, come Synchronicity 2 dei Police, che era uno dei pezzi che aveva più tiro in assoluto (il nostro batterista è cresciuto imparando i pezzi di Stewart Copeland, poi si è innamorato dei Dream Theater e adesso il suo “mito” è Mike Portnoy), però per farti capire la filosofia era questa. Sono stati gli anni del liceo e dell’università quindi figurati, era proprio una roba divertentissima… Il nome del gruppo deriva dal fatto che la prima sera che abbiamo suonato in sala prove, e ci siamo ritrovati la prima volta, siamo andati a mangiare al ristorante cinese e il cantante ha rovesciato la salsa di soia ovunque, ce l’avevamo addosso tutti noi, probabilmente qualche tavolo vicino e sicuramente tutta la tavola del ristorante.

Ultima domanda: progetti futuri?
Innanzitutto la priorità è il live, suonare tanto in giro. Abbiamo visto che il riscontro, come ad esempio nella tappa del “Su la Testa” è stato clamoroso, ci hanno preso d’assalto il banchetto quando abbiamo finito di suonare, hanno comprato un sacco di CD, cosa che non succede quando invece tu provi a proporti su Spotify o su YouTube, perché nessuno investe più su di te, nessuno viene a scoprirti prima per poi farti crescere, devi farlo da solo e il pubblico arriva dopo. Cosa che noi, parlando, forse abbiamo pensato che non ha senso. Se siamo in grado di andare lì da soli, andiamo avanti da soli, a questo punto, finché ne abbiamo voglia e finché abbiamo la forza. Detto questo, che è un po’ una critica al sistema musicale di oggi ma sterile (perché non son certo io a cambiare le cose) noi dobbiamo suonare tanto dal vivo. Quest’ inverno faremo dei club, principalmente nel nord Italia, e poi quest’estate qualche festival anche all’estero, probabilmente. Non possiamo dire niente però c’è una possibilità di andare a suonare in Nord Europa per qualche data. E poi faremo uscire i singoli nuovi, Quello che proteggiamo, video realizzato in animazione da Rino Alaimo, che è un regista pluripremiato molto apprezzato all’estero (Francia, Corea, anche America) e poi gli altri singoli di cui ti ho parlato prima (più Quello che avviene ogni giorno), tra cui in estate Self Control, un pezzo molto scanzonato, allegro, estivo, sperando di arrivare lì con una fan base un po’ più ampia e di poter far conoscere ancora di più la nostra musica. E questi sono più o meno i progetti nell’immediato. Il prossimo disco è lontano, non pensiamo minimamente di tornare in studio prima di due anni, vogliamo far conoscere bene la Sindrome di Stoccolma e vogliamo cercare di capire anche quali sono stati i limiti della Sindrome di Stoccolma durante questo percorso dal vivo per magari non fare gli stessi errori nel secondo disco. Questo lo dico perché non ci piaccia il nostro lavoro, il nostro lavoro ci piace moltissimo e siamo felicissimi della produzione, ma ci siamo proprio accorti durante queste prime esperienze live che l’impatto rock che abbiamo dal vivo molto più genuino, più sporco, più sanguigno diciamo, paga di più rispetto all’approccio più pop-elettronico del disco. E quindi alla fine dobbiam capire qual è la strada migliore da prendere, noi ci divertiamo a suonare rock, la nostra attitudine è quella e dal vivo siamo molto rock e quindi magari questi live ci danno indicazioni preziose per capire anche il futuro. Per “paga di più” intendo dire che il pubblico è più coinvolto. Detto questo, è un finto problema perché anche i Duran Duran se li ascolti in studio o dal vivo, dal vivo sono una pacca rock incredibile, con una potente sezione ritmica e delle chitarre fortemente distorte oltre che delle produzioni che oggi non si fanno più: una volta il pop era figo, oggi è una roba tutta uguale, e quindi l’idea che porterò avanti è quella lì, di avere un impatto più pop nei dischi e più rock dal vivo.

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