USA nel caos

La morte di George Floyd, il 46enne di colore soffocato durante le procedure di arresto da un agente del Dipartimento di Polizia di Minneapolis, ha sconvolto tutto il mondo. Non è sicuramente il primo caso di abuso di potere registrato all’interno degli Stati Uniti, ma il fatto che le scene dell’omicidio siano state immortalate dai passanti e che siano ora facilmente accessibili via web ha contribuito ad amplificare l’impatto di questa vicenda tanto crudele quanto inspiegabile.

L’indignazione è da subito sfociata in feroci proteste – a Minneapolis come in tutto il resto dell’America- e ora la situazione sembra davvero essere sfuggita di controllo a tutte le autorità. Si contano infatti già numerosi feriti e due decessi (un ragazzo di 19 anni e un agente di polizia) e tutto fa immaginare che nei prossimi giorni il conto non possa che diventare ancora più salato.

Come se tutto ciò non fosse di per sé sufficiente, alcuni membri delle forze dell’ordine hanno arrestato in piena diretta televisiva una troupe giornalistica inviata dalla CNN senza fornire agli interessati nessuna informazione riguardo ai motivi del provvedimento, in barba a qualsiasi norma a tutela delle libertà fondamentali e del diritto d’informazione.

Per provare a far fronte a questa emergenza, il Presidente Trump è intervenuto su Twitter con un’uscita, eufemisticamente parlando, poco ragionata: egli ha infatti dichiarato con decisione che se i disordini non cesseranno, le forze dell’ordine inizieranno a far fuoco.

Appare scontato che in un momento di paura e rabbia come quello attuale, la minaccia dell’utilizzo delle armi non può che causare un aumento della tensione popolare.

Il messaggio è stato infatti segnalato dai responsabili della piattaforma di Twitter, etichettandolo come incitamento alla violenza. Ed ecco allora che il tycoon risponde a sua volta sbandierando il principio del “freedom of speech”, lo stesso principio che invocavano ad alta voce coloro che hanno assistito all’arresto-omicidio di George Floyd mentre contestavano la condotta degli agenti.

E ancora, la prima autopsia sul corpo di George ha rivelato che la morte non sarebbe avvenuta né per asfissia né per soffocamento, ma semplicemente per le condizione pregresse del soggetto sommate alle sostanze stupefacenti che i dottori avrebbero trovato nel suo sangue.

Tutto ciò risulta poco credibile, se non paradossale, data l’evidenza dell’accaduto, Dunque la famiglia del signor Floyd ha richiesto una nuova autopsia, sostenendo di non riporre alcuna fiducia in tutto ciò che trapela dal Dipartimento di Polizia di Minneapolis e denunciando quindi l’assoluta mancanza di indipendenza e imparzialità dei responsabili delle indagini.

Il quadro complessivo tratteggiato da questo articolo fa intuire che negli Stati Uniti sia in corso un vero e proprio cortocircuito nell’ambito dei più elementari e basilari diritto dell’essere umano, il che fa venire a galla ancora una volta tutte le contraddizioni (narrate meravigliosamente da Philip Roth nel suo capolavoro “Pastorale americana”) di un paese che la guerra, oltre che esportarla in giro per il mondo, ce l’ha prima di tutto in casa.

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