Choc negli Stati Uniti: la folla repubblicana assalta Capitol Hill, sede del Congresso

Le scene viste tra ieri sera e questa notte provenienti dagli Stati Uniti sono immagini che sembrano provenire da altri tempi. Una folla di manifestanti fedeli al presidente uscente Donald Trump ha assaltato e varcato le mura del Congresso, fortunatamente senza mettere in pericolo la salute dei parlamentari, i quali sono stati evacuati in tempo. I manifestanti hanno vandalizzato le stanze del Congresso, a turno scattandosi foto mentre seduti nella sedia spettante al Presidente del Congresso e minacciando un ritorno, che, a detta loro, non sarà pacifico.

La sollevazione popolare ha avuto inizio alle ore 14.15 americane, quando la folla, comprensiva di qualche migliaio di individui, ha raggiunto Capitol Hill e provato a varcarne le mura. La sede del Congresso non è presidiata dall’esercito, ma solamente dal servizio di guardia e da un numero limitato di agenti delle forze pubbliche, dunque non è stato particolarmente complesso per la folla introdursi all’interno della sede ed è stato necessario per gli agenti presenti trovare un modo per far uscire i Congressmen ancora presenti all’interno, i quali forniti di maschere antigas e scortato dalle forze pubbliche hanno trovato la via d’uscita non senza ostruzione.

Il bilancio è tuttavia grave, anche omettendo la vittima principale, ovvero la democrazia americana, con quattro morti e tredici feriti come risultato dell’insorgenza repubblicana, contando anche i sommovimenti avvenuti nella città di Washington. Una delle vittime, tuttavia, è stata uccisa proprio a Capitol Hill, nella sede del Congresso e, stando alle prime informazioni, sarebbe stata colpita da un proiettile sparato da uno degli agenti di servizio a guardia della sede legislativa. Le altre vittime sono cadute nei disordini nella città per emergenze e complicazioni mediche, afferma il capo della polizia.

Le reazioni:

Le reazioni son state unanimamente di sdegno. Un messaggio di accusa e dissociazione da quanto visto è giunto all’incirca da ciascun presidente o massima autorità europea, tra cui il premier Giuseppe Conte, che si dice fiducioso nella robustezza delle istituzioni degli Stati Uniti e nella capacità di risollevarsi da questa macchia nera. Addirittura Matteo Salvini si è schierato contro gli episodi di Washington, ricordando come la violenza non rappresenti mai la soluzione.

La reazione maggiormente significativa è tuttavia arrivata dal repubblicano Mitt Romney, candidato alle elezioni 2012 poi vinte da Obama, il quale ha descritto l’attuale situazione e gli eventi di ieri come il frutto dell’incitamento del presidente uscente e come un vergognoso attacco alla democrazia americana. Perché significativo? Queste parole sono la rappresentanza della spaccatura all’interno del fronte repubblicano, il quale non è schierato compattamente a favore di un pericoloso ed insensato rigetto dei principi democratici, ma che in parte ripudia la scelta di disconoscere i risultati delle ultime elezioni.

Infine, verso sera è arrivato un messaggio video di Trump, realisticamente incoraggiato dagli alti ranghi del partito repubblicano e tuttavia prontamente cancellato dai social di riferimento, in cui il presidente uscente invita i manifestanti a tornare a casa e a mettere da parte la delusione per essere stati “derubati” e “frodati”. Trump dunque spinge ancora sull’accusa di brogli e di frode elettorale nelle elezioni che hanno visto il netto trionfo del democratico di Joe Biden, anche nel momento più basso della sua autorità.

Il contesto negli Stati Uniti:

La sommossa di ieri interviene dopo la doppia vittoria in Georgia dei democratici Jon Ossoff, che sarà il più giovane senatore dai tempi di Biden, oltre 50 anni fa e Raphael Warnock, che garantiscono la maggioranza democratica anche il Senato. Un messaggio del presidente Trump era arrivato invece all’indirizzo di Mike Pence, presidente del Senato, con l’intimazione di interrompere la certificazione della vittoria di Biden in sessione che avrebbe avuto luogo appunto ieri. Di qui le accuse a Trump di aver incitato lui stesso il sommovimento della folla che ha ben pensato di sostituirsi al ruolo di Pence e di fermare la ratifica con la forza.

Se poi volessimo ampliare il contesto, potremmo citare anche i 21 milioni di casi di coronavirus e 360.000 morti che suggeriscono di non dar luogo ad una manifestazione comprensiva di migliaia di individui ammassati, ma soprassederemo su questo elemento, considerato il fatto che lo stesso presidente Trump, alla cui difesa si è erta la banda repubblicana, ha avuto delle uscite alquanto confusionarie sul virus, per cui questo forse nemmeno esisterebbe, o comunque sarebbe facilmente curabile e di certo non dalla comunità scientifica.

Cosa si trae dagli episodi di Capitol Hill?

Se ne trae un episodio infelice, non tanto grave dal punto di vista pratico, considerato che si è trattato di una grossa pagliacciata, anche se ha portato alla tragica morte di una persona. Si è trattato di un episodio che, anche alla luce della vittima, conserva una rilevanza simbolica notevole. Prima di tutto, è sembrato un evento ben poco organizzato e se, da un lato, questo è un fatto che solleva per l’assenza di una vera e propria organizzazione antisistema così numerosa, dall’altro canto rivela lo stato d’animo pronto ad esplodere di un numero considerevole di individui che non ci hanno pensato due volte a gettarsi nelle strade e verso una delle “sedi del potere”.

Il secondo punto di riflessione è appunto questa concezione “antisistema”. La violazione di uno dei luoghi deputati ad una delle funzioni della repubblica, quella legislativa nel caso di specie, per quanto causata dall’incoraggiamento di Trump a Pence di cui sopra, rappresenta comunque un rifiuto della concezione tradizionale dello Stato e, conseguentemente, dello Stato di diritto. Un rifiuto che può dirsi, forse, il risultato di uno scoraggiamento al quale certamente contribuiscono la situazione economica, sanitaria, ma che rappresenta il frutto di una narrazione alimentata da Trump stesso di una politica diversa, più vicina alle persone, più semplice.

Il presidente Trump ha in questi anni rifiutato con una lodevole (ironia dell’autore) costanza di spiegare agli elettori i meccanismi governativi, optando invece per una realtà da lui modellata con concetti semplici e comprensibili, ma inevitabilmente inventati. Un ultima prova è proprio rappresentata dalle elezioni, riconosciute anche giuridicamente come veritiere e ammesse peraltro dalla frangia più ampia dello stesso partito repubblicano, ma additate come frutto di imbrogli, gridando alla truffa e al furto.

Il risultato di questa costante manipolazione è un popolo che non crede più alla verità giuridica. Limitare l’episodio di Washington ai manifestanti effettivamente presenti è purtroppo una rappresentazione solo parziale della realtà, che invece contempla il sostegno di una fetta molto ampia dei sostenitori del partito repubblicano. La perdita di fiducia nella verità giuridica significa che qualunque tesi è meritevole di difesa, anche agguerrita, se tale tesi offende i propri principi più profondi. E nel momento in cui non esiste più una verità univoca, ma ognuno deve combattere per far prevalere la propria verità, beh, in quel momento è guerra.

Ad aggiungersi, un ultimo sentimento che si trae dalle immagini è quello di forte scoraggiamento, nel vedere la rabbia e l’odio prevalere sull’umanità, nell’immagine di due manifestanti che recitano l’episodio di George Floyd sulla scalinata del Congresso, un episodio che deve insegnarci quanto piccolo possa essere l’essere umano.

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