ROBERT DOISNEAU in mostra a Roma dal 5 marzo

il Museo del Genio a Roma, a partire dal 5 marzo, ospiterà la grande mostra dedicata a ROBERT DOISNEAU:  un omaggio alla fotografia francese nel contesto delle celebrazioni per i duecento anni della fotografia e per i settant’anni del gemellaggio tra Parigi e Roma. L’esposizione riunisce oltre 140 scatti, molti dei quali entrati nella storia dell’immagine contemporanea, per raccontare con grazia poetica la vita quotidiana, l’amore e la Parigi del Novecento.

Il cuore della mostra è la celeberrima fotografia “Le baiser de l’Hôtel de Ville” del 1950, divenuta simbolo universale dell’amore e della libertà. Accanto a questa icona, trovano spazio immagini altrettanto note come “Un chien à roulettes” (1977), “La concierge aux lunettes” (1945) e “L’information scolaire” (1956), tasselli di un racconto che restituisce la sensibilità di un autore capace di rendere eterno ciò che, nella vita di tutti i giorni, scivola via in un istante.

Il percorso espositivo attraversa l’intera carriera di Doisneau, dagli esordi degli anni Trenta alle opere più mature. Le sue fotografie di strada, i ritratti, i giochi dei bambini, gli scorci parigini colti con uno sguardo laterale e mai invadente compongono un affresco vivissimo, in cui la realtà si intreccia con una dimensione più intima e immaginifica. Doisneau invita a osservare il mondo con curiosità e delicatezza, a scoprire la bellezza nascosta nei gesti più semplici. Non cerca l’effetto, ma la verità di un momento, e nelle sue immagini prende forma un’idea di umanità più gentile, più attenta, più vicina agli altri.

Dietro l’apparente leggerezza dei suoi scatti si cela una tensione profonda. Doisneau amava dire che fotografava come in una “battaglia contro l’idea che siamo destinati a scomparire”. Ogni immagine diventa così un tentativo di trattenere il tempo, di custodire ciò che è fragile e fugace. La fotografia, per lui, era un gesto semplice e insieme potentissimo: salvare un frammento di vita.

Oltre alla gente comune e ai protagonisti anonimi delle strade parigine, Doisneau ha ritratto anche figure centrali del Novecento, restituendole con lo stesso sguardo partecipe e umano. Davanti al suo obiettivo sono passati Pablo Picasso, Alberto Giacometti, Jean Cocteau, Fernand Léger, Georges Braque, così come icone del cinema e della moda quali Brigitte Bardot, Elsa Schiaparelli e Juliette Binoche. Anche con loro Doisneau rifiuta ogni retorica celebrativa: li coglie in un gesto quotidiano, nella loro dimensione più autentica. È questa capacità di trovare verità e poesia nella semplicità che culmina nell’immagine destinata a diventare il simbolo stesso di Parigi, ( la sua vera Musa ispiratrice).

Nato a Gentilly nel 1912 e scomparso a Montrouge nel 1994, Doisneau è considerato, insieme a Henri Cartier-Bresson, uno dei padri del fotogiornalismo e un protagonista della fotografia umanista. Passato alla storia come il “pescatore d’immagini”, ha saputo catturare la poesia, l’ironia e la tenerezza della vita parigina con uno stile inconfondibile. La sua produzione, vastissima – oltre 400.000 negativi – spazia dalle scene d’infanzia ai ritratti di celebrità, dalle periferie operaie ai boulevard del centro, sempre con una cura compositiva che conferisce alle sue fotografie un taglio quasi cinematografico.

La sua formazione in litografia all’École Estienne, le prime esperienze con il fotografo André Vigneau, gli anni come fotografo industriale alla Renault, l’impegno nella Resistenza durante la Seconda guerra mondiale e la lunga collaborazione con l’agenzia Rapho hanno contribuito a definire un percorso artistico ricco e coerente. Premiato con il Prix Kodak nel 1947 e con il Prix Niépce nel 1956, insignito della Legion d’Onore nel 1984, Doisneau ha lasciato un’eredità che continua a parlare a generazioni di fotografi e appassionati.

Come ricorda il curatore Gabriel Bauret, Parigi e la sua periferia sono per Doisneau “un territorio che ama più di ogni altro, poiché è lì che può godersi il vero piacere di fotografare e dove trova l’ispirazione che guida le sue avventure visive e umane”. È nelle strade, ripeteva spesso, che si impara molto più che a scuola. Ed è proprio nelle strade che la sua fotografia continua a vivere, restituendo un mondo che, pur trasformato, conserva ancora la sua umanità più profonda.

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