Ritagli di vita e di morte ai tempi di Facebook

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Con gli accadimenti di cronaca, gli incidenti, gli omicidi che leggiamo o del quale trattiamo in redazione, ci sono stati, negli ultimi mesi, episodi che ci hanno maggiormente colpito, segnato, che ci hanno coinvolto con storie nude e crude,  fatalità ed eventi che compromettono definitivamente ambizioni, speranze, sogni e futuro. Quasi ne fossimo parte interessata, questi fatti tristi dei quali abbiamo trattato hanno lasciato uno strascico, un dolore sommesso, una copartecipazione silente ma che ha fatto breccia. Devo ammettere che c’è stata una certa morbosità nel ricercare le foto felici delle povere vittime. Mi sono sentito anche in colpa a spiare il loro mondo, le foto con gli amici e i giorni spensierati. Mi è sembrato come di rovistare in un cassetto alla ricerca poi di chissà cosa.

Parlando con colleghi e amici, confrontando l’idea di scrivere questo articolo, ho scoperto che questo mio agire è condiviso da molte persone. Quando un fatto ci colpisce, quando una persona è stata coinvolta in qualche fatto, spesso quello che si fa si copia il nome e lo si incolla sulla stringa di un Motore di Ricerca, ma sopratutto su Facebook.

Facebook è stato lo strumento col quale ricercare quegli sguardi che non potevano prevedere, quella dolcezza o armonia che mal si può raccordare con gli eventi che sono seguiti.

Loro come noi.

La ricerca che è nata spontanea per trovare le immagini da inserire negli articoli si è trasformata in qualcosa di diverso. Ci sono stati momenti di sincera commozione e pietà.

Due storie in particolare mi hanno colpito, tra le tante. Non vi parlerò di tutto ciò che riguarda i bambini perché veramente non ce la faccio.

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La prima storia era quella di: Mattia di Teodoro e della moglie Michela Noli. L’uomo separatosi dalla moglie, non  aveva accettato la decisione e preso da panico o follia, ha trovato una scusa per rivederla e l’ha uccisa, togliendosi poi anche lui la vita.

Il fatto accaduto a maggio mi ha fatto sorgere notevoli dubbi sulla razionalità, sull’umana follia, sull’amore perduto che  porta all’odio per la vita, se non si trova una via d’uscita, se non supportati da amore e comprensione. La solitudine e la perdita della ragione. Ho passato una giornata a vedere le foto su Facebook. Il loro profilo era pieno di fotografie, che li raffigurava sereni, allegri nei viaggi, con le amicizie nella bella vita che conducevano e avrebbero potuto continuare a condurre. Per questa storia si sarebbe potuto scrivere un altro finale, fatto di comprensione dialogo e nuova vita. Ci sarebbe da chiedergli perché?  Potevate rifarvi una vita. Potevate mettere alle spalle il dolore e ricostruire nuovi percorsi, nuove strade, un futuro. Tutto invece si è concluso in un’auto che era stata compagna di viaggi, lungo l’Arno, tra violenza e sangue. Inspiegabile, come tutte le storie di questo genere. Purtroppo se ne sentono tante e alla base di tutto c’è l’assenza del dialogo, del rispetto, di dirsi la verità.

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La seconda storia è molto più recente e riguarda una delle vittime del terremoto di Amatrice e zone limitrofe (Illica). Sto parlando di una ragazza spagnola Ana Huete Aguilar, che avendo trovato l’amore in Italia stava trascorrendo proprio nella località laziale le sue vacanze e qui, purtroppo, come tante e troppe altre persone, ha trovato la morte. Storia triste anche questa, di altra natura. Il destino beffardo le aveva regalato l’amore italiano e una professione che sempre al nostro Paese si riconduceva. A soli 27 anni poteva andar fiera della sua pizzeria a Granada “Roma”, dove erano serviti i nostri piatti tipici, che ormai erano i suoi. Una delle tante vite spezzate che attraverso Facebook  con i suoi sorrisi ha reso ancora più dolorosa  la già terribile vicenda legata al Terremoto del 24 agosto. Che dire, scorrere le immagini sul suo profilo (già trasformato alla memoria), e l’allegria dei giorni spensierati rende tutto ancora più inverosimile. Pensare che tanta energia e quel sorriso non c’è più fa davvero male.

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Facebook, strumento di condivisione, di ricerca, per messaggiare e ritrovarsi, ma anche sistema per ricordare, per non dimenticare. Ho passato molto tempo a vedere questi volti. In un certo senso, Mattia, Michela, Ana mi hanno accompagnato e non me ne sarei voluto staccare per farli continuare ad illuminare coi loro sorrisi le mie stanze buie. Uscire dalla pagina dei loro profili mi sembrava come rinunciare a poterli vedere ancora. Succede tutti i giorni, che qualcuno di questo mondo virtuale viene a mancare, e nascono nuove problematiche a questo collegate (in parte ultimamente risolte). Un mondo non reale di dolore vero. Un album di ricordi e di frasi che rimarrà dopo di noi. Io il profilo di mia mamma, invece,  non l’ho ancora chiuso. Sono passati tre anni ma spesso ci torno e rivivo con lei un tempo migliore.

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