Chi c’è dietro al rapimento delle 279 studentesse in Nigeria?

Il tragico episodio avvenuto venerdì scorso si è chiuso con esito positivo, in termini di diritti umani, ma ha certamente gettato necessaria luce sull’enorme problema dei rapimenti a scopo di riscatto in Nigeria, oltre ad aver richiamato alla mente l’indesiderato nome di Boko Haram come costante minaccia per i cittadini africani del golfo di Guinea.

Richiamando i fatti, venerdì 26 febbraio, un gruppo di banditi armati ha fatto irruzione in una scuola a Jangebe, nel nord-ovest della Nigeria, rapendo poco meno di 300 studentesse. Inizialmente il numero era stato stimato essere di 317 studentesse, poi ridotto fino a 279. L’attacco sarebbe avvenuto all’una di notte, dove gli uomini armati si sarebbero identificati come guardie nazionali nigeriane, prima di fare irruzione nei dormitori e caricare le ragazzine su fuoristrada e furgoni.

L’attacco fa il paio, peraltro, con un episodio simile avvenuto questa volta in un dormitorio maschile nello Stato del Niger, qualche giorno prima, il 17 febbraio. In tal situazione, con modalità simili, il numero dei rapiti era stato 42 tra studenti, insegnanti e membri del personale scolastico. Uno studente era inoltre rimasto ucciso nell’episodio. Anche in tal caso era giunta una richiesta di riscatto prontamente accolta dal governo nigeriano, che aveva causato la successiva liberazione dei 42 ragazzi.

In egual maniera si è risolta la vicenda delle studentesse, le quali hanno potuto riabbracciare le loro famiglie all’avvenuto pagamento del riscatto. Le testimonianze sono comunque spaventose, dal momento che le ragazze hanno descritto delle prigioni anguste e piene di feci umane e sudiciume. Sono state nutrite con riso misto a sabbia e tenute in costante ostaggio armato.

È inevitabile chiedersi, alla luce dei numerosi episodi e del pattern ormai cristallizzato composto da rapimento – riscatto – liberazione, come sia possibile non porre un argine al problema.

Il fatto è che la trama degli attori che muovono le fila dei gruppi “banditi” attivi in Nigeria sono gruppi potenti e privi di scrupoli, affiliati in gran parte a Boko Haram. Nella Nigeria settentrionale sono diversi i gruppi che si sostentano per mezzo di violenza e criminalità. Se, tuttavia, sparuti e indipendenti queste bande fanno meno impressione, Boko Haram ha capito che collaborandovi, finanziando i loro attentati in termini di vetture e armi e spartendo poi il bottino, il vantaggio è per entrambi.

Da un lato, i banditi godono della protezione di una delle organizzazioni terroristiche più potenti dell’Africa centrale, dall’altro, il califfato di Boko Haram aumenta il proprio potere economico senza sporcarsi le mani in prima persona. Il governo nigeriano non è pronto a combattere un così organizzato gruppo terroristico, o comunque non è in grado di farlo senza dar luogo ad una guerra che potrebbe essere letale per il territorio, già soggetto a diseguaglianze e violenze che rischiano di esplodere definitivamente con un conflitto armato vero e proprio.

Dunque, sotto lo scacco dell’islam radicalizzato, continuano a perpetrarsi episodi tali e quali a quello di cui abbiamo parlato qui sopra, nella speranza che questo pattern possa mantenere un finale lieto e lontano dai numeri di morti a cui Boko Haram ha abituato ai tempi dei frequenti attacchi dell’Isis, come accadde con l’ormai famoso massacro di Baga nel 2015, che portò oltre 2000 vittime nella città nigeriana.

La battaglia contro Boko Haram passa inevitabilmente per l’offensiva contro lo Stato Islamico e la Nigeria rappresenta probabilmente il terreno meno adeguato per condurre un’eventuale battaglia, dato l’alto tasso stimato di manovalanza non strettamente appartenente al califfato. Sarà dunque fondamentale, per sciogliere alcuni dei nodi che riguardano la situazione del golfo del Guinea, il districarsi delle vicende in Medio Oriente, dove secondo Al Jazeera l’Isis sta prendendo nuovo vigore, forse anche grazie proprio all’operatività meno violenta e più cinica dal punto di vista economico degli ultimi anni.

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