La Procura di Milano inchioda i colossi del food-delivery: devono regolarizzare 60mila riders

Ammonta a 733 milioni di euro l’ammenda finale decisa dalla Procura di Milano in capo alle quattro principali imprese di food-delivery: Glovo, UberEats, Deliveroo e Just Eat. I colossi dell’asporto “digitale” dovranno regolarizzare la posizione di oltre 60mila riders, fino a questo momento inquadrati come lavoratori autonomi occasionali, mettendoli sotto contratto come lavoratori coordinati.

I toni usati dal procuratore Greco sono addirittura minacciosi: “I rider non possono essere trattati come schiavi”, afferma, riscontrando i risultato delle indagini condotte dalla Procura, per le quali i rider andrebbero a pieno riconosciuti come lavoratori subordinati, costituendo la rete basilare di funzionamento delle imprese per cui lavorano. In particolare, ad evidenziare l’ingiustizia insita nell’attuale regolamentazione, un sistema puntuale di rilevamento e di ranking delle loro prestazioni, basato su un tracciamento costante, che influisce direttamente sul compenso, dando vita ad una sorta di salario a cottimo, incompatibile con la fattispecie del lavoro autonomo occasionale.

Un ruolo fondamentale nella definizione della corretta qualificazione giuridica da dare alla classe di lavoratori dei riders era stata offerta dalla sentenza della Cassazione civile del 24 gennaio 2020, sent. 1663/2020. È qui che la Corte aveva confermato l’utilizzazione di indici quali la personalità, la continuatività e l’eterorganizzazione nella valutazione rispetto alla qualificazione giuridica di quei lavoratori che si collochino in una “zona grigia” tra il lavoro autonomo e subordinato.

La Corte, infatti, sebbene la sentenza presenti dei passaggi non trasparenti, avrebbe interpretato la precedente legislazione in materia di eterorganizzazione (D.Lgs. 81/2015) introducendo un inquadramento nuovo, il quale, pur rimanendo collocato nell’ambito delle collaborazioni coordinate e continuative, vi aggiunge alcune caratteristiche proprie del lavoro subordinato, quali le norme riguardanti sicurezza, igiene, ferie, previdenza, limiti di orario e retribuzione.

È a questo tipo di contratto che si fa riferimento nelle risultanze della Procura di Milano, quando si parla di regolarizzazione della posizione dei 60mila rider. La Procura ha dato alle imprese 90 giorni per effettuare i dovuti cambiamenti e se tale termine verrà rispettato, l’ammenda sopra indicata sarà ridotta ad un quarto del suo ammontare.

La notizia segna un altro incoraggiante passo verso una regolarizzazione della precaria posizione giuridica dei rider, classe di lavoratori nettamente penalizzata dal vuoto giuridico inevitabilmente formatosi in seguito all’insorgenza di questo genere di lavoro, che possiamo considerare senza mezzi termini “appena nato”. Rimangono ancora aperte talune questioni, una fra tutte quella della disciplina riguardante il licenziamento.

Nel frattempo, sono aleggiati dei dubbi in merito alla convenienza per il nostro paese riguardo al regolamentare la materia in questo senso, in termini del rischio legato ad una possibile migrazione dei colossi del food-delivery verso orizzonti regolamentati in un senso a loro più favorevole, che spesso è sinonimico con orizzonti in cui la legislazione in merito è ancora carente. Non si può dire che tale timore non sia legittimato, visto il precedente di Deliveroo fuggito dalla Germania breve tempo dopo che una serie di pronunce della Bundesverfassungsgericht (Corte Costituzionale tedesca) avevano mutato il regime retributivo in maniera nettamente favorevole ai riders.

Se il timore è fondato, altrettanto importante è far chiarezza su un regime normativo che ha influenza su una considerevole fetta di lavoratori, anche a costo di subire un ridimensionamento del mercato. L’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro e sul fatto che questo riesca ad essere protetto da qualsivoglia tipo di abuso.

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