Narrare è umano, lo storytelling come evoluzione sociale

Da sempre un aspetto sorprendente della dimensione umana è rappresentato dal valore che le parole assumono nei rapporti tra gli individui e – più in generale – nelle dinamiche interne a una società. Secondo l’uso che se ne fa, esse hanno il potere di creare e modificare la realtà condizionando il nostro modo di sentire, vivere e pensare. A tal proposito, Gianrico Carofiglio, nel suo illuminante saggio La manomissione delle parole, afferma: “Mi ha sempre affascinato l’idea che le parole – cariche di significato e dunque di forza – nascondano in sé un potere diverso […] L’idea, cioè, che abbiano il potere di produrre trasformazioni, che possano essere, letteralmente, lo strumento per cambiare il mondo”. Questo è il motivo per cui tra gli uomini esiste una naturale propensione e curiosità nei confronti di tutto ciò che è narrazione: favole, canzoni, film, fotografie, racconti sono in grado di suscitare emozioni permettendo al contempo di assorbire informazioni su ciò che ci circonda, sugli accadimenti del passato e sulla complessità delle persone. Sono strumenti per entrare a far parte di un tutto a cui capita spesso di sentirsi estranei, assimilando insegnamenti sempre nuovi attraverso le storie altrui, che – chissà come – finiscono spesso per raccontare anche la nostra.

Ma da dove nasce bisogno tutto umano? Le ricerche più recenti in materia di neurolinguistica si sono interessate a questa spontanea propensione, mostrando come essa dipenda da qualcosa di radicato, addirittura ancestrale e che riguarda tutti, proprio in virtù della nostra stessa natura. Un istinto strettamente collegato allo sviluppo della nostra specie e dunque all’evoluzione: quello, appunto, di narrare. È proprio questa attitudine narrativa della mente che ci consente di esperire la nostra vita in modo coerente, ordinato e dotato di senso, e ciò prende il nome di Storytelling: una “dipendenza” che risulta strettamente correlata a un adattamento biologico e insita nei nostri meccanismi cognitivi.

Diverse personalità appartenenti al mondo della filosofia del linguaggio tracciano una linea evolutiva che parte dall’Homo Sapiens, passando per quello che definiscono Homo Fictus – la grande scimmia antropomorfa nostra progenitrice, dotata di una mente capace di narrare – per poi arrivare allo stadio evolutivo ultimo: l’Homo Narrans, “l’animale reso umano dalle storie” avente una mente modellata sulle strutture narrative e dunque plasmata dalle stesse.

Grazie a questi studi, lo storytelling ha acquisito un’importanza sempre maggiore, caratterizzandoci effettivamente come specie fino a diventare una vera e propria potenza. La sua poliedricità consiste nelle varie funzioni che il processo in questione può assumere; esso può essere infatti concepito e usato in molteplici modi: come una forma di gioco cognitivo che stimola il nostro cervello, migliorandone così la risposta alle informazioni che riceverà tramite ripetizione; come un collante sociale che rafforza la coesione di un gruppo attraverso l’adesione a dei valori comuni rafforzati dall’attenzione e dalla condivisione; ma soprattutto come una sorta di simulatore della vita reale attuato per mezzo della finzione narrativa: un’antica e potente tecnologia di realtà virtuale, simulatrice dei grandi dilemmi della vita umana e avente lo scopo di prepararci meglio ad affrontare la vera quotidianità.

La narrazione, però, può essere intesa anche come strumento di persuasione (storico, politico) e di controllo sociale, che se gestito in modo errato può sfuggire alla nostra portata, diventando una vera e propria arma di distruzione. Esattamente come è accaduto, ad esempio, nel caso dei totalitarismi, in cui i racconti si sono trasformarti in ideologie – che la Arendt definisce “il lato oscuro delle grandi narrazioni” – e dunque in menzogne, le quali diventarono pervasive, credibili e addirittura condivise. In questo caso, si può dire che le parole abbiano costituito le premesse e la sostanza di pratiche manipolatorie, razziste, xenofobe e criminali.

Questo meccanismo dimostra come un narratore esperto detenga in realtà il potere di riuscire a piegare l’uditorio alle proprie volontà attraverso la distribuzione selettiva delle informazioni, manipolando in tal modo le percezioni di chi ascolta, al fine di fare i propri interessi.

Lo storytelling –in particolare la forma narrativa autobiografica intesa come costruzione del Sé – si rivela essere, però, anche un mezzo per guarire da noi stessi e dalle nostre storie ammalate, attraverso le cosiddette narrazioni curanti: racconti terapeutici tramite cui gli psicologi cercano di conferire al paziente una narrazione di sé con la quale riuscire a convivere, allo scopo di ripristinare una sorta di equilibrio interiore tra identità e mondo. Ed ecco che si arriva a parlare di vera e propria medicina narrativa. Ognuno di noi alla fine diventa le narrazioni autobiografiche per mezzo delle quali si racconta, ragion per cui la nostra mente non può far altro che lavorare senza sosta su di esse.

In altre parole: linguaggio, intelligenza emotiva, narrazioni creative (e terapeutiche) sono tutti strumenti atti a soddisfare la curiosità di indagare il mondo circostante attraverso quella straordinaria capacità narrativa – spesso ingiustamente sottovalutata – il cui potenziale, a volte, va oltre la nostra comprensione, assecondando quella voglia prettamente antropica di scavalcare l’inaccessibile, oltre cui trovare posto a tutto quell’ordinario che ci portiamo dentro e che non finiamo mai di scoprire.

 

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