Lil Peep: la storia un’angelo con il microfono

Gustav Elijah Åhr, in arte Lil Peep, nasce ad Allentown in Pennsylvania nel 1996. Figlio di professori passa la sua infanzia a New York, per poi trasferirsi a Los Angeles all’età di 17 anni. Fin qui sembra la classica storia di un normale ragazzo americano: buona famiglia, amici e scuola.

Fu però un triste evento a cambiare il corso della sua vita, un fenomeno ormai comune nella società odierna ma che un adolescente fragile ed estremamente sensibile non sempre riesce ad affrontare, la separazione dei propri genitori. In Gus scattò qualcosa, che portò all’estremo i suoi sentimenti e che lo spinse a crearsi e distruggersi da solo. Quel tormento, quella frustrazione e quella voglia di sfogarsi trascinano il piccolo Peep a voler esprimere ciò che provava in note.

Una volta cresciuto decise di andare ad abitare con il suo amico d’infanzia, Brennan, a Long Island. Nell’era del digitale riesce a contattare alcuni produttori musicali ed inizia la sua carriera pubblicando i primi singoli su SoundCloud e YouTube. Il ragazzo ha talento, si vede da subito, al di là dell’aspetto vocale, che in ogni caso lo contraddistingue, la sua forza risiede nell’empatia che riesce a trasmettere. Come può una persona così sensibile non farci arrivare qualcosa?

Dopo poco tempo però, i due decisero di abbandonare il liceo e volare per Los Angeles. Il panorama californiano sembra sposarsi con la volontà del ragazzo. Nel giro di pochi mesi conosce molti producers, cantanti e rapper con cui realizza delle collaborazioni e grazie ai quali ritrova se stesso e la sua arte. Capisce che la musica non ha schemi, fondere più influenze non è impossibile. Si può dire un pioniere del genere, un misto tra rock, punk ed emotrap, nasce l’era del cloud. Temi cupi, introversi e carichi di sentimenti “drogati” che contraddistingueranno tutto ciò che verrà dopo. Inizialmente negli “Schema Posse” e successivamente nei “Goth Boi Clique”, Lil Peep e le sue famiglie artistiche ottengono un riscontro più che positivo dal panorama americano. Tra il 2015 e il 2016 pubblica alcuni mixtape tra i quali spiccano “Lil Peep part 1”, “CryBaby” ed “HellBoy”. Raccolte di vere e proprie opere d’arte, le quali, oltre ai singoli “StarShopping” e “Beamer Boy”, gli permettono di farsi spazio nello scenario statunitense.

Il successo comincia a prendere il sopravvento, così da convincere Peep a intraprendere una carriera da solista. Nel 2017 parte con il suo tour in tutti gli USA ed inizia ad “esportare” le sue canzoni oltreoceano, con serate in Russia e in Inghilterra. Il vero e proprio upgrade si registra con la pubblicazione del progetto “Come Over When You’re Sober”. Un album in studio suddiviso in due parti, contenente vere e proprie hit da milioni di streams. Inserito anche nel mondo della moda, Gus sembra finalmente trovare il suo riscatto. Vi è però un particolare di cui fino ad ora non abbiamo parlato, la dipendenza da droghe.

Il ragazzo sente da sempre l’esigenza di frenare quella sofferenza che lo logorava da dentro. Durante tutta la sua carriera fa uso di sostanze, tra cui un abuso di farmaci antidepressivi. Le droghe in questo mondo parallelo sembrano essere all’ordine del giorno, rappresentano un’arma a doppio taglio per il ragazzo. Una fonte di ispirazione e consolazione e una macchina della morte allo stesso tempo. Il 15 novembre del 2017, Gus si dirigeva verso l’Arizona per la prossima tappa del suo tour. Come sempre, a bordo del suo bus privato e in compagnia degli altri membri del gruppo, si sballa in vista del concerto, come erano solite le rockstar. Nel pomeriggio cade in un sonno profondo ma sembra essere tutto normale, tanto che il suo tour manager lo controlla e ne accerta i battiti cardiaci. Gli amici non si riescono a rendere conto di ciò che stava accadendo e proseguono la loro “festa” come se nulla fosse. Dopo qualche ora però, uno dei ragazzi si accorge che Gus non stava più respirando. I soccorsi, arrivati in ritardo, lo portano al primo ospedale, tentano di rianimarlo ma falliscono. Gus era morto. La notizia fece naturalmente subito scalpore e si venne a sapere solo qualche mese dopo che il ragazzo aveva assunto un mix di farmaci antidolorifici, oppiacei, cocaina e cannabis, il suo cuore non poteva reggere.

Dopo la sua morte, vennero pubblicati altri progetti musicali che aveva in cantiere, viene realizzato un magnifico documentario sulla sua vita, “Everybody’s Everything”, dove oltre agli amici, rimbombano le testimonianze della madre e del nonno che dipingono la figura di Gus come un ragazzo troppo fragile per poter appartenere a questo mondo. Il suo primo tatuaggio era un cuore spezzato, lo stesso che non riuscì più a farlo cantare e che era ormai stanco di tutti quei vizi.

La storia di un angelo dannato e maledetto non finisce mai, la sua arte continuerà a vivere, “because Legends Never Die” (perchè le leggende non muoiono mai).

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