L’Italia due mesi dopo il lockdown: segnali di ripresa?

Era il 9 Marzo del 2020 quando, davanti a un intero Paese incollato alla TV, il Premier Giuseppe Conte annunciava “l’Italia da oggi è zona protetta”. Due giorni dopo, l’inizio del lockdown e della serrata di tutti o quasi gli esercizi commerciali. Sono trascorsi due mesi esatti da quei giorni tristi per il nostro Paese, e ora tra un bollettino e l’altro siamo già arrivati alla prima settimana di Fase 2, il primo passo verso un graduale ritorno alla normalità. Mi chiedevo in un articolo pubblicato a fine marzo “come sarà il mondo dopo la pandemia?”. Se alla fine di quel primo mese di reclusione forzata tutti eravamo presi dal mistero e dalla curiosità di come sarebbe stato il mondo post-Covid, pensando a una possibile divisione tra il fronte dell’ottimismo, dell’ andrà tutto bene e il fronte del pessimismo e del nulla sarà più come prima, adesso si ha un’idea più delineata del mondo e dell’Italia alla fine di quest’epidemia. E fidatevi: niente visioni distopiche o apocalittiche, niente allarmismo.

Accade che da alcune settimane la voce “attuali positivi” è in costante calo e i casi totali viaggiano a una media di mille al giorno, e l’aumento dei casi totali è spesso dato da un costante aumento dei guariti, con i decessi sempre tra i 100 e i 300 al giorno e le terapie intensive che vanno sempre più svuotandosi, così come gli ospedali, e il fattore R0 medio della nazione di poco inferiore a 1. A livello sanitario, risultati che danno speranza in vista di questo inizio di ripartenza per il nostro Paese, sperando che il trend negativo continui e che il Covid-19 almeno in Italia si sia indebolito o che stia dando segni di indebolimento in vista dell’estate, periodo in cui probabilmente sentiremo spesso parlare di cure e vaccini, e la domanda che ci faremo sarà: serviranno davvero o il virus scomparirà prima come accaduto con la prima SARS e gli altri coronavirus precedenti SARS-COV-2? Dal lato sanitario, passiamo al lato sociale ed economico. Si sente spesso parlare del rischio di una grande recessione economica, di un fallimento di massa di tutti i settori. E’ inevitabile che la crisi ci sarà, ma è altrettanto vero che nelle stanze dei bottoni di tutto il mondo si farà tutto il possibile per renderla meno dolorosa. Tanti sono gli appelli da parte di associazioni di ogni settore per riaprire in sicurezza al fine di evitare il disastro e il collasso, e tante sono le soluzioni al vaglio per risolvere il problema. Al lato economico si collega anche il lato sociale di questo inizio di Fase 2: tutti credevamo che l’Italia, come sempre accade, si sarebbe divisa tra i “tifosi della quarantena” e i “tifosi della libertà”, tra chi preferisce rimanere chiuso in casa e chi preferisce uscire anche solo per prendere un po’ d’aria, e invece gli “sceriffi da balcone” sembrano essere spariti e molta gente è tornata in maniera più tranquilla a uscire, seguendo tutte le precauzioni del caso. E non parlo delle foto di assembramenti come quella dei Navigli che girano sul web, o di altre immagini scattate ad arte con il teleobiettivo per fare allarmismo: sono comportamenti che possono nel loro piccolo diventare detonatori per una nuova risalita dei contagi che si spera non accada, ma guardando i fatti reali e girando nelle città grandi o piccole che siano non si può che parlare di una minoranza rispetto al resto della popolazione italiana che continua a vivere, a uscire, a consumare, a fare compere, a fare attività fisica, ad acquistare cibo da asporto nella sicurezza più totale. Facendo sì che anche l’economia possa iniziare una timida risalita dopo il lockdown. E nel mentre, le messe e le attività dei musei ripartono e anche i settori più a rischio assembramento, dal calcio al mondo delle discoteche, dal cinema ai teatri fino ad arrivare alle scuole e al mondo dei concerti stanno iniziando a stilare dei protocolli per ripartire nel modo più sicuro possibile.

Infine, un’altra questione, la questione centrale di questo articolo: la Fase 2 rappresenta una parvenza di normalità? La risposta è sì. Assolutamente sì. Per i motivi succitati. Motivi che fanno pensare che, a differenza di quanto molti catastrofisti pensano, quando l’epidemia sarà finita l’Italia tornerà quella di prima, il mondo tornerà quello di prima, la vita tornerà quella di prima. E che questa “nuova normalità” come molti la chiamano sarà tale solo per alcuni mesi e non per sempre: sarà solo un modo di vivere che si adatta alla situazione, per evitare nuovi focolai di contagio e un nuovo rischio collasso del sistema sanitario. Anche perché viviamo nel 2020, in un’era ricca di innovazioni, una miscela di innovazioni del passato, del presente e del futuro, e non nelle società di secoli fa in cui bastava una pandemia del genere a scombussolare ogni carta possibile per l’eternità. C’è chi teme lo spettro di una seconda ondata, ma a differenza della prima probabilmente sarà più contenibile perché, almeno nei Paesi dal sistema sanitario più efficiente come nel caso italiano, ci faremo trovare maggiormente pronti nell’affrontarla. Sì, qualcuno pagherà il conto di tutto questo e chi in passato ne godeva rischia di rinunciarne, ma chi nega che possa essere sostituito con qualcosa di nuovo e potenzialmente migliore, come la storia ci insegna? In sintesi: ne usciremo piegati, forse provati, ma non completamente affossati. Perché il Covid non è la morte dell’età contemporanea, è solo un brutto periodo facente parte dell’età contemporanea che prima o poi finirà.

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