“Juste la fin du monde”, l’ascesa di Dolan

Il giovane regista canadese Xavier Dolan, a soli 31 anni, è senza ombra di dubbio uno degli artisti più promettenti del cinema.

Nonostante la sua giovane età infatti, egli può già vantare due riconoscimenti al Festival di Cannes: nel 2014 ha vinto il Premio della giuria grazie a “Mommy”, mentre due anni più tardi si è aggiudicato il Grand Prix con “Juste la fin du monde”.

E prenderemo dunque le mosse proprio da questo film per tratteggiare, seppur brevemente, gli elementi che rendono i lavori di questo ragazzo così particolari, potenti e, ad un occhio attento e allenato, addirittura inconfondibili.

“Juste la fin du monde” è un dramma incentrato su Louis, uno scrittore che poco più che ventenne aveva deciso di lasciare la propria casa di famiglia e per ben dodici anni aveva reciso quasi completamente ogni rapporto con la madre, il fratello e la sorella.

Quando però Louis scopre di essere gravemente malato e che gli rimane poco da vivere, decide di tornare a salutare i propri cari per annunciar loro la triste notizia e condividere tutti i insieme i suoi ultimi momenti.

Tuttavia la distanza che li ha separati per così tanto tempo rende impossibile una qualsiasi comunicazione normale tra il protagonista e i suoi familiari, ed è proprio su questa impossibilità di trovare una forma di sintonia che Dolan delinea magistralmente la dimensione più intima ed emotiva di ciascun personaggio.

L’impalcatura del film è molto semplice e basilare, per non dire pressochè inesistente: l’intera storia si svolge nell’arco di poche ore all’interno delle quattro mura della casa della madre di Louis.

La scheletricità della costruzione della pellicola contribuisce a focalizzare l’attenzione dello spettatore sull’unico aspetto della vicenda che conta realmente, ossia l’introspezione nell’interiorità dei personaggi.

Il perpetuo soffermarsi sul lato più viscerale e nascosto di Louis e dei suoi cari ricorda molto da vicino il modus operandi di Luca Guadagnino, il regista palermitano di cui avevamo parlato non troppo tempo fa.

E come del resto facemmo in quell’occasione, non possiamo che sottolineare anche in questo caso la bravura degli interpreti, bravura che viene particolarmente accentuata dal fatto che i dialoghi e i gesti dei personaggi sono i soli veicoli su cui la vicenda si muove, senza l’intervento di effetti speciali o avvenimenti plateali.

Ciò che colpisce di più nella performance degli attori è la genuinità e la naturalezza con cui riescono a mettere in scena una “giornata tipicamente familiare”, ben lontana dalla spettacolarizzazione tipica del cinema, soprattutto quello di stampo americano.

Pertanto, in conclusione, bisogna riconoscere il merito a Xavier Dolan di aver portato nelle sale temi che, se anche non del tutto sconosciuti, risultano per lo meno un’iniezione di originalità nel palcoscenico cinematografico internazionale.

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