Into the Night: imbarazzo e delusione targati Netflix

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Netflix ci ha aiutato molto in questo periodo di isolamento, dandoci la possibilità di avere a disposizione una librerai infinita di materiale ludico per passare le nostre giornate, eppure non sempre la casa delle serie riesce ad accontentarci. A volte proprio non ne vuole sapere.

Si era già parlato su La Ragnatela News del fatto che ogni tanto Netflix possa fare cilecca, come si è visto con “Spenser Confidential” ad esempio qualche settimana fa.

Altri casi molto celebri sono 13 (nella versione originale 13 Reasons Why), le varie stagioni sequel della Casa di Carta oppure i vari film sci-fi che non hanno mai convinto il pubblico del tutto.

In altri momenti ci ha invece fatto emozionare, con serie e film sulla linea tra il prodotto straordinario e il capolavoro, da Breaking Bad (nelle ultime stagioni gestito da Netflix) fino a Manhunter (prodotto interamente originale).

Immediatamente Netflix aveva saputo approfittare del tema del momento, il Coronavirus, con un documentario sugli studi di prevenzione contro le pandemie influenzali, ora Into The Night sembra essere un prodotto decisamente adatto ai nostri tempi.

Seppur senza intenzionalità, con un po’ di sforzo il tema della paura può essere molto attuale. Into the Night combina questo elemento con il senso opprimente di isolamento. Peccato che i risultati siano tutt’altro che incoraggianti.

Cominciamo dal cast, la serie è di produzione belga, tramite Netflix, quindi gli interpreti sono generalmente poco conosciuti. Tra questi un volto familiare, Stefano Cassetti, attore italiano molto attivo all’estero, specialmente nel cinema francofono.

La recitazione, non aiutata da una trama zoppicante, è l’elemento più imbarazzante, sul livello di soap opera sudamericane. Con la differenza che quest’ultime non si prendono mai troppo seriamente.

Invece questo Into the Night è stato pubblicizzato come un vero e proprio capolavoro. Forse il marketing sarebbe dovuto andare più cauto. Tra colpi di scena telefonati, retorica politica spicciola e luoghi comuni. Specialmente sugli italiani.

Il personaggio preferito da Cassetti è il bersaglio preferito degli altri passeggeri, e fa di tutto per farsi detestare. Sì passeggeri, perché la scelta di Netflix è stata quella di girare quasi tutto Into the Night su un aeroplano.

In una normale nottata all’aeroporto di Bruxelles un funzionario italiano della Nato prende il controllo e dirotta un aereo diretto a Mosca, con l’obiettivo andare verso Ovest. Il motivo? La luce del sole sembra condurre a morte istantanea ogni essere umano.

L’obiettivo è quello di rimanere sempre al buio. L’idea di base è ottima. Da lì in poi la serie collassa su sé stessa e Netflix perde completamente le redini della trama, tra buchi di sceneggiatura che diventano voragini e momenti singolari.

Uno su tutti, i passeggeri a bordo dell’aereo. Quando il primo episodio comincia, dopo un po’ l’aereo decolla, si vedono chiaramente 4 o 5 passeggeri. Poco dopo, quando la crisi comincia, il numero di persone dell’apparecchio si moltiplica.

Peccato che questi nuovi personaggi miracolosamente comparsi tra una scena e l’altra scompaiano quasi immediatamente. Tra chi non sopravvive e chi invece scompare senza essere più menzionato. Alcuni personaggi non aprono bocca per ore ed infine se ne escono con monologhi interminabili (l’unica reazione possibile è: “E chi è questo ora?!”.

Da considerare come responsabili principali dei buchi di sceneggiatura sono certamente i soldati inglesi. Un trio di criminali di guerra che vengono trovati in una base aerea in una delle prime tappe dell’aereo. Si scopre che sono stati condannati per uno stupro di gruppo in Afghanistan e diventano i villains.

Il tentativo di abbandonarli a terra ha due implicazioni non insignificanti: uno dei tre, pur non riuscendo inizialmente a raggiungere l’aeromobile in auto (il velivolo è in piena accelerazione) mentre il gruppo di protagonisti li sta seminando. Decide allora di scendere dalla macchina e di rincorrere l’aereo a piedi.

Già questa decisione è piuttosto singolare, ancor più strano è il fatto che riesca a raggiungerlo attaccandosi ad una delle ruote posteriori del carrello di atterraggio. Nel mentre però, lui e i suoi compagni sparano diversi colpi di pistola e di altre armi da fuoco verso l’aeroplano (e qui Netflix dà il meglio di sé). Da tenere a mente che i soldati si trovavano in posizione perfettamente posteriore al velivolo.

Esplodendo letteralmente 4 o 5 colpi da distanza elevatissima e senza poter andare neanche lontanamente lontano ai finestrini laterali, ne danneggiano uno che dopo alcune ore crea uno scompenso di pressione e mette in pericolo tutti i passeggeri. Non è neanche il problema maggiore. Non sono ancora stati menzionate le interazioni tra i personaggi.

Persone che si conoscono da pochissime ore si confessano, si badi, senza vere idea degli avvenimenti apocalittici in corso, i propri vita, morte e miracoli. Sono in assoluto queste le interazioni più singolari. Una madre con un figlio malato è estremamente riservata in una scena, in quella successiva non vede l’ora di raccontare a tutti la sua storia familiare e il rapporto travagliato con l’ex-marito.

Insomma, Netflix non sempre ci azzecca. Questa volta la ciambella è uscita, più che senza buco, un mattone. Il doppiaggio italiano dà poi il colpo di grazia. Le buone idee sono solo l’inizio di un progetto ben riuscito, mentre bisogna saperle svilupparle con coerenza, mezzi e forza di volontà.

Sembra quasi che Netflix con questo Into the Night, anche il titolo è estremamente banale, abbia capito che spesso le serie e i film di cui si parla male, come nel caso di 13, riescono ad avere una grande popolarità. Diciamo un caso classico di so bad it’s so good.

Nell’attesa della seconda stagione si spera in un miglioramento che possa dare un senso ad un’ottima idea gettata al vento.

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