Ilva di Taranto e processo “Ambiente Svenduto”: condannati i fratelli Riva e Nichi Vendola

La sentenza della Corte d’Assise di Taranto prevede la condanna a 22 e 20 anni di reclusione per Fabio e Nicola Riva, accusati nel processo “Ambiente Svenduto, di inquinamento ambientale da parte dell’impianto di cui erano proprietari e amministratori, l’ILVA.

I due rispondono di concorso in associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro. Anche Nichi Vendola viene coinvolto nella vicenda e condannato a tre anni e mezzo di reclusione per il presunto disastro ambientale, accorso durante la gestione dell’impianto dei fratelli Riva. In particolare, l’accusa dell’ex deputato, è quella di concussione aggravata in concorso, in quanto avrebbe esercitato pressioni sull’ex presidente dell’Arpa Puglia (G.Assennato), affinché potesse assumere una posizione meno rigida nei confronti dell’ILVA rispetto alle emissioni nocive. Gli altri responsabili sono l’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido, accusato di tentata concussione e di una concussione consumata, in concorso con l’ex assessore provinciale all’ambiente, Michele Conserva e l’ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’ Ilva, Girolamo Archinà, condannato a 21 anni e 6 mesi.

Il processo: “Ambiente Svenduto” è uno dei più grandi e importanti processi ambientali della storia italiana, coinvolgendo un ingente numero di soggetti. Nasce nel 2012 a seguito delle indagini giudiziarie del Procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, le quali hanno portato al sequestro sena facoltà d’uso di tutti gli impianti nell’area dell’ILVA. A seguito di vari interventi, la Corte Costituzionale optò per rendere lecita l’attività produttiva vincolandola alle condizioni previste dall’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Questa fissa tempi e modalità per l’adeguamento dell’impianto alle misure di sicurezza ambientali. Dopo una serie di rinvii per le scadenze degli interventi, e la maggior chiarezza fatta grazie alle indagini approfondite, la VIIAS, nel 2019, dichiarò “rischio sanitario inaccettabile” a 4,7 milioni di tonnellate/anno di acciaio.

Le parole di discolpa sia di Vendola che di Luca Perrone, difensore di Fabio Riva, recitano più meno lo stesso messaggio: “Mi ribello ad una giustizia che calpesta la verità. E’ come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l’ombra di una prova. Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all’avanguardia contro i veleni industriali. Appelleremo questa sentenza, anche perchè essa rappresenta l’ennesima prova di una giustizia profondamente malata. Sappiano i giudici che hanno commesso un grave delitto contro la verità e contro la storia. Hanno umiliato persone che hanno dedicato l’intera vita a battersi per la giustizia e la legalità. Hanno offerto a Taranto non dei colpevoli ma degli agnelli sacrificali: noi non fummo complici dell’Ilva, fummo coloro che ruppero un lungo silenzio e una diffusa complicità con quella azienda. Ho taciuto per quasi 10 anni difendendomi solo nelle aule di giustizia, ora non starò più zitto. Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna. Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità”.

Sia il segretario della CGIL di Taranto, Peluso che il coordinatore provinciale Usb, Rizzo hanno sottolineato l’importanza storica di questa sentenza, la quale condanna un metodo tutt’altro che virtuoso che è stato applicato per la gestione dell’impianto. La città di Taranto ha ora bisogno di ripartire, guardando al passato come un esempio da non seguire, e tenendo in considerazione come prima cosa la tutela dei lavoratori e di tutti i suoi cittadini. Ora il Governo è chiamato a intervenire, prendendo in considerazione la piattaforma stilata dall’Usb, per una riconversione economica del territorio attraverso un accordo di programma.

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