Il mondo di Del Toro

In un articolo risalente a qualche tempo fa avevamo preso spunto da due film (con ogni probabilità quelli più rappresentativi) di Luca Guadagnino, allo scopo di individuarne gli elementi comuni e dunque provare ad isolare ed evidenziare i tratti salienti che contraddistinguono il genio del regista italiano.

Ora, seppur in un ambito completamente differente, tenteremo di replicare tale esperimento con un altro regista: il messicano Guillermo Del Toro.

Prendendo in considerazione gli umori del pubblico e della critica, le due pellicole da cui muoveremo i passi sono “Il labirinto del fauno” e “The Shape of Water”, usciti sul grande schermo rispettivamente nel 2006 e nel 2017.

In entrambi i film è molto forte la presenza del genere fantasy, con i temi fiabeschi che ricorrono insistentemente per tutta la durata dei due capolavori in parola.

L’ambientazione fantastica potrebbe di certo far sorgere un’idea sbagliata circa il contenuto dei film, in quanto potrebbe indurci ad immaginare trame completamente distaccate dalla realtà dei fatti e delle cose. Nulla di più errato.

Infatti le due storie vengono inserite e contestualizzate all’interno di periodi storici ben determinati i quali, in un modo o nell’altro, finiscono con l’avere una qualche interrelazione con l’intero svolgimento delle peripezie dei personaggi.

Nello specifico, “Il labirinto del fauno” risulta ambientato nell’epoca della Guerra Civile Spagnola; mentre “The Shape of Water viene calato nel mezzo delle operazioni di spionaggio e controspionaggio che hanno visto protagonisti gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda.

A questo proposito, il fatto che i due film si svolgano in contesti di conflitto, nei quali quindi i sentimenti di ostilità e sofferenza la fanno da padroni, esalta perfettamente il contrasto che si crea tra le storie delle due protagoniste ( una ragazzina ne “Il labirinto del fauno” e una inserviente muta in “The Shape of Water”) e il mondo a loro circostante.

E non è affatto un caso che entrambi i film abbiano come personaggio principale una figura umile e apparentemente debole, in quanto rientra negli obiettivi del regista quello di fondare l’usuale scontro tra bene e male in termini di semplicità e purezza d’animo delle protagoniste in contrapposizione alla cattiveria e all’asprezza d’animo dovute alla posizione di potere ricoperta dagli antagonisti.

E sempre lungo questo solco appare molto potente la scelta presa dal regista di far concludere entrambi i film in maniera molto simile, ossia con l’ingresso delle protagoniste in una dimensione diversa e parallela da quella del nostro mondo, come a voler sottolineare, in tono mesto e disincantato, che la bontà di spirito non può far parte della nostra quotidianità e che pertanto, per poter sopravvivere al male, ha come unica alternativa percorribile quella di muoversi altrove, quanto più lontano sia possibile.

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