“Il buco”: significato e riflessione (Netflix – spoilers)

La domanda che tutti i filosofi politici si sono posti è stata trasformata in un film. Netflix prova a presentaci attraverso gli occhi di un team spagnolo il problema della disuguaglianza nella società. Quanto ci vorrà perché gli uomini cooperino e giungano a soluzioni paritarie, quante persone ancora dovranno morire?

Soggetto di David Desola, il film ha conquistato diversi premi al Festival di Sitges e un grande successo al Festival di Toronto 2019. Tutta la storia si sviluppa all’interno di una specie di prigione verticale, a livelli, a centro dei quali un buco permette ad una piattaforma di scendere ogni giorno, dopo essere stata caricata di cibo al livello 0, fino ai livelli inferiori (trama e commento del film).

Ogni mese le persone vengono rimescolate e assegnate casualmente ad un livello. Non sai dove ti troverai risvegliandoti il mese successivo. Nonostante questo, nonostante quelli sotto di te rappresentino un te futuro o passato, l’istinto di sopravvivenza ha la meglio. Quelli del piano di sopra non ti risponderanno, e non parlerai con quelli del piano di sotto.

Lo status quo viene così conservato, basandosi sul breve termine, vivendo un mese alla volta. L’unica persona tua pari è il compagno di cella, quello che presenta, per caso, i tuoi stessi privilegi e le tue stesse difficoltà, l’unico che può comprenderti. E il primo che tenterai di uccidere per sopravvivere.

Un film che dimostra che l’auto-gestione di un sistema in cui le risorse sono limitate e l’uomo è lupo è totalmente allucinatoria. Nemmeno l’amministrazione sa quanti livelli esistono, le informazioni sono sempre parziali, ingannevoli. Non si capisce mai chi sia e se davvero esista un deus ex machina, il nemico.

La donna dell’Amministrazione ad un certo punto spiega al protagonista che si tratta di un esperimento sociale per studiare le capacità collaborative dell’uomo. Al che, il protagonista risponde che sicuramente lo studio viene fatto non per riprodurre il sistema collaborativo all’esterno, ma per evitare che vi si presenti.

È un classico scenario distopico (in realtà piuttosto plausibile) in cui l’uomo è homini lupus, a meno delle minacce. Minacce efficaci solo se fatte dai piani di sopra verso quelli dei piani di sotto, e che alla fine si rivelano l’unico mezzo per portare a termine persino la missione di salvezza del protagonista, il Messia. Una missione che non ha niente di particolarmente speciale, considerando che parte dall’alto e procede armata di spranghe. Anche l’uomo che aveva scelto di portare con sé un libro, Don Chisciotte della Mancia, anche l’uomo della ragione, cede infine ad usare la violenza imposta dal livello sopra.

La cosa più strana è che non ci sono limiti a cosa si può portare con sé entrando nel buco. C’è chi ha portato una corda. E non è vietato salire o scendere di livello. La mobilità sociale, per così dire, è illimitata, e tutti hanno le stesse possibilità, cibo a parte. Tuttavia, senza quelli dall’alto che ti reggono la corda è impossibile risalire.

Forse, se non sapessero a quale livello si trovano, se la prima cosa che vedessero svegliandosi non fosse il numero che gli ricorda se quel giorno ed i trenta successivi mangeranno oppure no, in quel caso rispetterebbero le porzioni. Forse il velo d’ignoranza di Rawls risolverebbe qualcosa?

Invece puoi vedere quelli che stanno sotto, ma quelli sopra possono scegliere di non farsi vedere. Come posso scegliere se mangiare la loro porzione o mangiare il doppio. Non c’è molto da fare, se non consumare. Anche accumulare è vietato: altra caratteristica che ci farebbe pensare ad un sistema “giusto”. Ogni mese, ma anche ogni giorno, si riparte da zero.

La verità è che non sappiamo pensare al lungo termine, non dobbiamo scontare abbastanza mesi nella prigione per pensare che valga la pena mangiare meno oggi perché trovandosi un domani in un livello più baso qualcun altro ci avanzi del cibo. La verità è che quelli dei piani più alti non collaboreranno, e l’unica azione che conta deve partire da chi ha abbastanza cibo per condividerlo.

Non si possiedono abbastanza informazioni sul sistema per potersi organizzare efficacemente. Non possono esistere riunioni nel buco, nessuno ascolta le ragioni di nessun altro. L’unico modo per uscirne è riuscire a comunicare all’Amministrazione.

Ma nemmeno il suo ruolo è chiaro nella prigione. Un sistema che sembra egalitario (ognuno ha le stesse possibilità di trovarsi in un livello piuttosto che un altro, c’è virtualmente abbastanza cibo per tutti) si rivela in realtà profondamente corrotto. Non sono ammesse persone al di sotto dei 16 anni, ed ecco un bambino. C’è sufficiente alimentazione per tutti i 200 livelli, ed i livelli sono in realtà 333.

La verità è anche che non ci sarebbe abbastanza cibo per tutti nemmeno se ognuno prendesse solo quello di cui ha bisogno. Quindi fino alla fine ci chiediamo se il nemico siano quelli sopra che sputano nei piatti o l’Amministrazione che ha più o meno consapevolmente mandato, nel migliore dei casi, 133 livelli a morire di fame.

Certo è che l’azione di un singolo può risultare simbolica ma probabilmente non sarà efficace. Già dal giorno successivo, i prigionieri saranno di nuovo affamati, non avranno mai scoperto del bambino all’ultimo livello, né della panna cotta, e sarà l’amministrazione a decidere a che livello piazzare ognuno il mese successivo.

Metafora di una società cieca ed egoista che senza comunicare e coordinarsi è perduta, che ci ricorda un po’ il capolavoro del 2013 Snowpiercer. Sicuramente un film che fa riflettere sulla natura umana e sulle diseguaglianze.

Deflagrazione del dominio della lotta – “Il buco”, le istanze politiche e le scelte di consumo

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