Gli ultimi 9 minuti dell’Airbus tra le mani di un co-pilota depresso

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Due uomini e due scelte di vita e di morte. Un giovanissimo co-pilota appena lasciato dalla fidanzata e un uomo con una famiglia alle spalle, 10 anni di pilotaggio, tanta saggezza. Due uomini opposti ma che hanno avuto uno la freddezza per predisporre la morte di tutto un aereo e l’altro di accompagnare i propri passeggeri più dolcemente all’ora della fine, mentre cercava inutilmente di salvarli.

Secondo le ultime ricostruzioni della scatola nera, il Pilota ha lasciato la cabina di pilotaggio per andare in bagno e in quel momento il co-pilota ha chiuso la porta e avviato la navigazione automatica verso lo schianto, impostando manualmente la discesa fino a 100 piedi dalla normale andatura di crociera raggiunta. 9 minuti in cui Patrick Sonderheimer, il Pilota, e l’equipaggio hanno tentato poi di riaccedere inserendo il codice di sblocco della porta senza però ottenere il permesso di accesso dall’interno. 9 minuti in cui anche a forza è stato cercato invano di abbattere la porta blindata contro il terrorismo, mentre il copiata si era barricato dentro, senza più rispondere. Gli ultimi minuti di ogni passeggero che inconsciamente sono passati senza sapere che li davanti a loro li avrebbe aspettati una montagna.

Il Pilota stesso ha deciso con grande freddezza che avvisare il resto dei passeggeri su quanto stava accadendo sarebbe stato inutile e deleterio per tutti, arrivati così alla morte senza neanche accorgersene. O almeno quasi tutti, forse chi viaggiava avanti si sarà accorto da subito delle manovre concitate di riaccendere dentro la cabina di pilotaggio e chi viaggiava vicino ai finestrini avrà notato uno strano avvicinamento al terreno e alle montagne. Ma di certo in molti, hanno potuto concludere gli ultimi minuti senza lo sguardo di terrore dell’equipaggio e il respiro sempre fermo e regolare di chi li stava portando verso la morte, per propria scelta. Per un egoismo così forte che è inspiegabile anche solo cercare un perché. Le urla, sono arrivate solo al momento dell’impatto. Veloci, di chi si rende conto quando ormai non serve più a niente.

Un giovane, Andreas Lubitz, che soffriva di depressione e curato già dal 2009 fino al momento dello schianto. Una persona che non sarebbe mai dovuta rimanere sola al comando di un intero aereo.

E ora le famiglie dei 150 passeggeri mischiano il dolore della perdita alla rabbia contro chi si è voluto portare via con sé i propri cari, in qualcosa che è riduttivo chiamare suicidio.

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