Coronavirus: cosa significa R0?

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Proprio mentre l’emergenza Coronavirus va rientrando è il momento in cui si deve tenere il più alta possibile la soglia dell’attenzione. E’ questo quello che ci viene costantemente ripetuto da esperti ed addetti ai lavori.

Si comprende dunque che probabilmente la “Fase 2” è quasi più importante della “Fase 1”: la riapertura frettolosa potrebbe vanificare quanto di buono fatto in precedenza. D’altro canto ci sono però le esigenze economiche di un paese che sta cominciando ad affamarsi e si avvia verso una rovinosa recessione (probabilmente nell’ordine del -10% di PIL nel 2020).

Occorre quindi cercare di trovare un parametro che sia il più oggettivo possibile per cercare di dosare le singole riaperture ed avere a disposizione una sentinella. Un’avvisaglia che ci avvisi immediatamente quando il numero di contagi ricomincia a salire.

Per questo motivo, non essendo questa la prima epidemia né pandemia della storia, la comunità scientifica adopera uno strumento matematico, un parametro non soggetto a valutazioni personali dei singoli decisori.

Ecco da dove viene il parametro R0, o numero di riproduzione di base, un valore che quantifica la velocità di diffusione di un virus. Sappiamo tutti che il virus si riproduce all’interno delle cellule umane e che per farlo necessita di infettare nuovi individui.

Quanto questo “salto” tra persona e persona avviene velocemente tanto più l’R0 di un virus sarà alto. Siamo a disposizione di questo dato per altre malattie oltre che il Coronavirus attuale. Ad esempio, l’influenza stagionale ha un R0 che si aggira tra 1 e due.

Questo significa che, mediamente, una sola persona con l’influenza riesce ad influenzarne altre due, queste due un paio cadauno e così via. La malattia conosciuta con l’R0 più alto è il morbillo, con un numero di riproduzione di base che oscilla tra 14 e 16 mentre invece la Mers, stretta parente della Sars e della Sars da nuovo Coronavirus inferiore allo zero.

L’Aids, la cui trasmissione avviene in maniera decisamente più complessa e meno incidentale rispetto ad infermità come Sars, Mers, influenza, l’attuale Coronavirus il vaiolo eccetera… ha un R0 più alto di quello del raffreddore comune. Cosa ci suggerisce questo?

Che il valore R0 è soltanto in parte determinato dalle caratteristiche biologiche del virus, che quindi molto dipende da noi, dalle misure di distanziamento sociale e dalle basilari norme igieniche. Non è facilissimo però individuare questo numero, dato che deriva dai contagiati.

Sappiamo infatti che la mappatura delle persone infette è un’operazione molto laboriosa, complessa ed esposta ad errori, sicuramente soggetta ad un ritardo rispetto alla situazione reale che vorrebbe inquadrare per via del tempo di incubazione.

Si stima che in questo momento l’R0 del Coronavirus sia intorno allo 0,8, il che, considerati i sacrifici fatti, è un buon risultato. Difatti tenere l’R0 sotto l’uno garantisce, in linea di massima, di poter controllare la diffusione del virus evitando che si formino catene epidemiche. Il tempismo è però fondamentale.

Inoltre resta importantissimo il numero dei guariti, specialmente di quelli che si trovavano in terapia intensiva o comunque che hanno subito un’ospedalizzazione, poiché se questo è superiore a quello dei nuovi contagiati (o ancora, ospedalizzati), si tiene basso il rischio di sovraccarico da Coronavirus delle strutture sanitarie.

Insomma, R0 non è la risposta a questi pazzi mesi, d’altro canto però è uno dei pochissimi fari che possiamo seguire nella notte che è la lotta ad un nemico invisibile com’è un patogeno come il Coronavirus. Il suo utilizzo non deve essere l’unico argomento di discussione, i veri dati sono quelli delle terapie intensive, dei ricoveri e più di tutti gli altri i morti.

Gli strumenti matematici non devono chiaramente distogliere l’attenzione dal principale problema, ossia il costo umano di questa ecatombe (difficile chiamare in maniera diversa 30.000 morti in qualche mese). Ossia che dietro a freddi numeri ci sono decine di migliaia di persone con famiglie e amici, oltre che storia, che erano nonni, padri, nipoti e figli.

Fonte: Istituto Superiore di Sanità

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