Black Sabbath, onore agli inventori del Metal

Non un attimo di pausa a Birmingham, con 12 gruppi e 2 supergruppi a celebrare Ozzy e i Black Sabbath. Il tema centrale della giornata era ovviamente rendere omaggio ad Ozzy, Iommi, Geezer e Ward, con le varie band che hanno proposto delle cover o di Ozzy o dei Sabbath all’interno dei loro set.

Back to the Beginning

Ad aprire il concerto i Mastodon, seguiti a ruota dai Rival Sons, Anthrax, Halestorm e Lamb of God. Il tempo a disposizione per ognuno era poco, con 2-3 canzoni ciascuno compresa la cover. A lasciare il segno di questa prima parte di concerto i Lamb of God, i quali nonostante una pessima acustica riescono a portare a casa il risultato con una scoppiettante “Children of the Grave”.

Subito dopo è tempo del primo supregruppo, con nomi del calibro di Bettencourt, Jake E. Lee, David Ellefson e Adam Wakeman, figlio del celebre tastierista degli Yes. Il set è composto principalmente da repertorio di Ozzy, con “Changes” che risulta il pezzo meglio riuscito grazie ad un sorprendente Yungblud.

La seconda parte dello show propone Alice in Chains e Gojira, con gli americani in grande spolvero ed i francesi che confermano il loro grande momento con una esibizione di livello.

Altro giro altro supergruppo, con Tom Morello, K.K. Downing, Ron Wood e Steven Tyler tra gli altri che uniscono le forze per un set fatto di cover da tutto il mondo rock. Da sottolineare con piacere la prova di Tyler alla voce. Gli Aerosmith non suonano da tempo a causa della condizione della sua voce, ma lo show ha dimostrato come grinta e mestiere ci siano ancora per il settantasettenne. Meno bello il siparietto con i vari batteristi. La situazione degenera in una gara a chi vuole mostrarsi più “bello”, con il solo Chad Smith (il meno talentuoso tra gli altri) che capisce come fare la cosa giusta non voglia sempre dire fare la cosa più barocca. Nonostante il genere, anche la semplicità può pagare.

Finiti i supergruppi è tempo di fare sul serio. I Pantera scatenano il pubblico con poche canzoni ma buone. Puntare su “Walk” e “Cawboys from Hell” è sempre una ottima scelta. Bene anche i Tool, anche se il contesto forse non li ha valorizzati al massimo.

Il trittico finale spetta a Slayer, Guns N’ Roses e Metallica. Sui Metallica poco da dire, fanno il loro nonostante un Lars in inesorabile declino, ma ad ogni modo “Battery” e “Master of Puppets sono legnate che non si scordano. Malissimo invece i Guns. La voce di Axl è ormai andata, vedere un membro storico della band alla guida fa sempre piacere, ma la qualità dello spettacolo ne risente. Da dimenticare anche le cover, con “Sabbath Bloody Sabbath” più volte storpiata o cantata fuori tempo. Davvero non un bel momento.

Tutto il contrario invece per gli Slayer. I veri vincitori di tutto il set di apertura sono loro. Una scaletta da paura, una cover ben eseguita e in generale una esibizione pulita, senza fronzoli ma soprattutto cattiva, in puro stile slayeriano. Difficile non catturare poi il pubblico conAngel of Death” e “Raining Blood”, con i due cavalli di battaglia che hanno fatto tremare tutto lo stadio. Nonostante il ritiro la band è in forma, con la scelta di suonare poche volte l’anno che sembra ripagare.

Ad ogni modo è tutto pronto, il pubblico è ben caldo e si può procedere con il tributo alla storia. E’ tempo di Ozzy e dei Black Sabbath.

Ozzy e Black Sabbath

In serata è tempo di Ozzy, con il relativo tripudio alla sua carriera solita. Il suo ingresso è trionfale, spuntando da sotto al palco seduto su di un trono a forma di pipistrello. Le condizioni fisiche non sono delle migliori, ma Ozzy c’è. Accanto a lui Clufetos alla batteria, Inez al basso ma soprattutto Zakk Wylde alla chitarra, suo chitarrista dal 1988 in poi. Il set è corto, solo 5 canzoni, ma i grandi successi ci sono tutti. 4 brani da Blizzard of Ozz e “Mama I’m Coming Home” sono garanzia di successo, con il singolo tratto da “No More Tears” che vede Ozzy commosso cantare assieme ad un pubblico più commosso di lui. Ad ogni modo la performance è di livello. Il palco viene tenuto con maestria e le emozioni fioccano ad ogni nota. Difficile chiedere di più ad un ultra settantenne con il Parkinson, anche se forse si potrebbe chiedere un bis…

Poco dopo è infatti tempo dei Black Sabbath. La band inglese è un monumento della musica tutta, direttamente responsabile della nascita del metal e autrice di numerosi album di indiscusso successo. Non si riunivano dal 2017, ma in quell’occasione erano senza Ward. Stavolta tutti presenti, si gioca in casa, e l’evento è tutto per loro.

L’ingresso avviene dopo un filmato celebrativo sulle note di “War Pigs”, canzone degli anni 70’ ma tutt’oggi ancora attualissima. Sentire quel riff, l’assolo, e la folla cantare sul ritornello è un qualcosa che non ha prezzo. “N.I.B.” cede la scena a Butler, il quale con il suo storico assolo di basso introduce una canzone perfetta per i live. “Iron Man” porta per l’ultima volta sul palco quel ritmo lento, cadenzato ma potente tipico dei Black Sabbath, con la canzone che è il miglior modo per Iommi di sfoggiare il suo stile. Si conclude poi con Paranoid”, il singolo di maggior successo della band che scorre purtroppo troppo velocemente. I 4 abbandoneranno poi il palco seguiti dal calore del pubblico e con un gioco pirotecnico a chiudere la serata.

Cosa rimane?

La vera domanda è cosa rimane di questo evento?

Cominciamo con il dire che la sfida a livello organizzativo non era di poco conto. Alternare 16 band su un unico palco in un pomeriggio non è una sfida banale. Trasportare attrezzature, cambiare i set e assicurarsi dell’ottima resa live del prodotto erano solo alcuni dei compiti da svolgere, tutti fatti con un buon risultato finale. La pecca durante il concerto dei Lamb of God può quindi passare in sordina.

Ad ogni modo avere così tante band e tutte di livello assoluto, non può che essere un grande punto a favore. Eventi in cui i giganti del metal si presentano tutti assieme sono assai rari, sempre bello poter assistere a qualcuno.

Gestita bene anche la situazione rispetto alla visione dell’evento. Qualche settimana prima del concerto era stata infatti messo a disposizione una diretta streaming alla quale assistere.

Nota positiva anche per il ricavato. Grazie al concerto sono stati infatti ricavati circa 200 milioni, i quali saranno donati in beneficenza per finanziare la ricerca contro il Parkinson. Nessun introito quindi per gli ospiti, un gesto che dovrebbe far riflettere in molti.

Veniamo alla qualità delle esibizioni, in particolar modo quelle di Ozzy e dei Black Sabbath.

Qui la questione non è se sappiano fare o meno il loro mestiere, la cosa riguarda piuttosto il capire se vedere dei “vecchietti acciaccati” sul palco sia un bene o meno.

Ebbene secondo il parere di chi scrive vedere i veri protagonisti non ha prezzo. Le stesse canzoni suonate da altri sono belle lo stesso, ma mancano di un qualcosa. Ci sarà tempo per vedere cover band fare razzia del materiale dei Sabbath, ma non è questo il giorno. Anche questa volta le nuove generazioni devono soccombere a chi il mestiere lo ha inventato, a chi ci ha dedicato una vita intera, a chi ha vissuto per la musica. Vedere Ozzy in quelle condizioni fa male, malissimo. Ma in generale vedere una band logora e che non suonerà mai più fa ancora più male. Ma lo stare sul palco anche se a pezzi come Ozzy, il levarsi la maglietta per suonare a oltre 70 anni come Ward, ed il reinventarsi una carriera nonostante l’incidente alle dita come avvenuto per Iommi sono grandissimi esempi di applicazione, passione, resilienza e tenacia. Tutti valori che il rock esprime, tutti valori che fa sempre piacere vedere su un palco e tutti valori che dovrebbero vedersi più spesso nelle persone in generale.

Per chi pensa che Achille Lauro, i Maneskin, Vasco Rossi o Ultimo siano rock o un qualcosa di simile, si vadano a recuperare questo evento o in generale qualche album di uno dei qualsiasi artisti esibiti a Birmingham. Il rock è un’altra cosa.

Onore ai Black Sabbath, ed un ultimo grande grazie per tutto quello che ci è stato donato. La musica non sarebbe stata per nulla la stessa senza di loro.

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