Afghanistan, liberato blasfemo dopo 8 anni di prigionia

Lo scrittore afghano Zaman Ahmadi fu arrestato nel 2012 e, essendo stato ritenuto colpevole del reato di blasfemia, fu condannato addirittura a 20 anni di prigione. Ora, ad 8 anni da tale pronuncia, la Corte Suprema ha stabilito che gli anni scontati possono risultare sufficienti e, pertanto, ha ordinato l’immediata scarcerazione del signor Ahmadi.

Sul proprio sito ufficiale l’Organizzazione non Governativa “Amnesty International” accoglie con gioia la conclusione della prigionia, sottolineando come tale decisione contribuisca, se non a fare giustizia, quantomeno ad alleggerire quella che è stata una gravissima violazione di alcuni dei diritti umani più importanti e fondamentali del diritto internazionale contemporaneo.

Dunque, allo scopo di comprendere al meglio quanto accaduto, così da poterci esprimere adeguatamente su questa triste vicende, occorre riavvolgere indietro il nastro e ripercorrere le tappe della storia in parola.

Zaman Ahmadi scrisse nel 2012 la bozza di un articolo riguardante la distruzione delle due statue di Buddha di Bamiyan avvenuta nel 2001 ad opera dei talebani. Questi ultimi infatti, essendo musulmani iconoclasti, ritenevano tali rappresentazioni idolatre e dunque inconciliabili col proprio credo religioso.

Pur non potendo in questa sede affrontare nel dettaglio tutti gli avvenimenti che circondarono gli atti di distruzione delle due statue, appare alquanto intuibile che, data l’importanza storica e culturale dei Buddha di Bamiyan, e tenendo anche in considerazione i temi politici e religiosi che si sollevarono in quel periodo (anche tra gli Stati Occidentali), la vicenda in questione risulta di grande interesse e, di conseguenza, scrivere articoli a riguardo contribuisce al dibattito sociale, elemento fondamentale per lo sviluppo della dignità dell’individuo e del popolo.

Nonostante ciò, i direttori della rivista mensile cui era stata inviata quella bozza avvisarono immediatamente le forze dell’ordine afghane, segnalando il contenuto blasfemo del pezzo ricevuto e facendo dunque arrestare l’autore.

Trascinato così davanti alle autorità, Zaman Ahmadi fu anche accusato di conversione alla religione buddhista, il che fu sempre negato dall’imputato stesso.

Tuttavia, a prescindere da quanto fosse fondata l’opinione secondo cui Ahmadi avrebbe abbracciato la religione buddhista, comprendiamo che il solo fatto di muovere un’accusa del genere sia in manifesto contrasto con la libertà di credo religioso garantita ormai in lungo e largo da innumerevoli convenzioni sui diritti umani in giro per tutto il mondo.

Infatti, seguendo i progressi che lo sviluppo del diritto internazionale ha favorito in questo ambito, possiamo affermare che la libertà religiosa faccia ormai parte di quel nucleo di principi caratterizzanti i cosiddetti “paesi civilizzati”, formula più che ricorrente in moltissimi dei documenti e trattati redatti sin dall’inizio del’900.

A chiusura di tutte queste considerazioni, ribadiamo la tesi secondo cui, nonostante la scarcerazione ordinata dalla Corte Suprema regali oggi un sorriso, non possiamo dimenticare che un uomo è stato privato della propria libertà per motivi a dir poco inaccettabili.

La storia di Ahmadi è utile a far capire come tuttora, in alcune zone del mondo, il rispetto e la garanzia dei più elementari diritti umani siano ancora quasi delle chimere, e che la strada verso il pieno riconoscimento delle libertà individuali e sociali sia ancora lunga e tortuosa.

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