Una scala di confine tra il cuore, il rimpianto e il sorriso [Racconto]

“Una scala di confine tra il dare e l’avere, tra il sorriso e il pianto. In tutta la nostra vita abbiamo parametri che spaziano secondo il nostro vivere. Tra un abbraccio di un bimbo a una mamma, tra lo scodinzolare di un cane per una ciotola di cibo, tra un bacio e una carezza, c’è la vita. L’intendere ciò che vale da ciò che non vale, l’esserci o l’apparire, vivere intensamente o lasciare scorrere il tempo inutilmente. Tutto  fa parte sempre e solo del nostro modo d’intendere la vita. Per i bambini è un gioco, per un adulto può essere un’obbiettivo, un oggetto, per un deportato può essere una coperta e un pasto caldo. C’è una linea di confine, una scala che divide ciò che riempe un cuore e ciò che raffredda rende insensibile. In mezzo c’è la vita, c’è l’amore e il calore, c’è la passione”.

bimba

Nella scala di confine, un giorno è apparsa Teresa, nessuno avrebbe potuto immaginare la sua comparsa nelle nostre vite. Un bicchiere d’acqua, un sorriso ed era come se fosse appartenuta da sempre alle nostre vite, come se noi fossimo arrivati a quel punto della sua vita per prenderci cura di lei. Dove eravamo stati finora, cosa avevamo fatto non contava più, il nostro esistere poco alla volta apparteneva sempre più a lei. Le bastava un sorriso un caldo abbraccio e le sue labbra, le  sue manine piccole e secche, i suoi occhi grandi diventavano ancora più ampi e ridenti. Lei piccola e scura scampata ad un abbandono era apparsa sul confine tra battigia e prato di una casa nella Puglia di un luglio di qualche anno fa. Sola con le sue gambe piccole aveva camminato sulla spiaggia fino a entrare  nel nostro giardino a confine sul mare. Quella immagine è rimasta scolpita nella mia mente. La prima volta che l’ho vista e per sempre  ricorderemo quel primo attraversamento di confine  nella luce del mattino nel profondo dei miei occhi, come una nascita, una nuova vita.

Al suo risveglio la dolcezza del suo volto segnato dal sole e dal sale lasciò spazio alla paura e al dolore di chi aveva abbandonato e di chi probabilmente non c’era più. Del barcone in cui aveva viaggiato c’erano solo corpi ricoperti da lenzuola bianche. Le autorità avevano preso atto delle morti e per i pochi sopravvissuti erano pronti i soccorsi prima di essere portati nei centri di accoglienza.

Teresa, unica parola pronunciata dalla bimba, venne visitata. Non c’erano parenti. Nessuno dei sopravvissuti sembrava essere interessato al suo destino e i Centri erano stracolmi di uomini, donne e bambini. Le strutture a Taranto e Brindisi scoppiavano letteralmente. D’accordo con il Commissariato, sentito il Magistrato e informalmente il Tribunale dei minori, ci venne temporaneamente affidata, per una nostra espressa richiesta. Non un vero affido, ma un affido temporaneo a data da destinarsi. Teresa cominciava a muoversi nella casa, ma ogni giorno guardava fuori del cancello quasi ad aspettare chi non sarebbe mai arrivato. Dai documenti trovati nel barcone era emersa la crudele e triste verità, di una mamma e un papà che non c’erano più e che lei era ormai da sola al mondo. Quel fagottino di quattro anni in poco tempo divenne colei che riempiva le stanze con sorrisi e calore. Che animava le giornate con disegni sgargianti, con risate e feste per ogni cosa succedesse intorno a lei. Solo alla sera aveva diffcoltà nell’addormentarsi per il riemergere del dolore.

Noi c’eravamo e stavamo lavorando con amici avvocati e medici per esserci per sempre. Lungo la scala che saliva all’esterno della villetta, un pomeriggio guardando la sabbia bianca mossa dal vento non potei fare a meno di sentire come un sussurro che mi implorava e chiedeva d’esserci sempre. La scala delimitava il mondo tranquillo, di chi viveva nell’agio, nel confort e la sabbia era idealmente il deserto delle terre da cui provenivano quelle anime sfortunate. IO ci sarei stato per sempre per Teresa. Quel giorno qualcuno me lo ha chiesto, l’ho sentito – anche se non sarebbe stato necessario. Comunque, niente rimpianti, né incertezze, quel sorriso lo dovevo vedere crescere, lo dovevo vivere. Io ci sarei stato sempre come padre e lei sarebbe stata per sempre mia figlia. Quegli occhi non avrebbero dovuto più veder scorrere le lacrime di dolore, e io sarei stato li per vederli ridere sempre.

Gianni Pantaleoni

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