Detenuti, una risorsa e una possibilità di riscatto, poco valorizzata

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Si è sempre detto che tenere i detenuti in carcere sia un costo per la società (vero). Si è sempre detto che dovrebbero essere impiegati per fare qualcosa di utile. Scontare una pena potrebbe voler anche dire rimediare ai danni fatti adoperandosi per fare qualcosa di buono. Si è sempre detto che il recupero delle persone passa dall’educazione e dal riposizionamento entro specifici sistemi di recupero, che possano far riacquistare fiducia in se stessi e allontanino dalla delinquenza. Non si può certo generalizzare. Ci sono detenuti carcerati per piccoli furti e ci sono malavitosi organizzati. Il recupero può essere operato sui primi, dandogli una seconda possibilità [ndr]”. 

Il nostro sistema carcerario però ha grossi limiti sia per strutture obsolete, fatiscenti e inadeguate, sia per normative che limitano e non permettono tale utilizzo e ricollocazione.

Nel 2013 Strasburgo ci aveva additato e condannato per l’inadeguatezza delle carceri che sono ferme all’idea di prigione di quarant’anni fa.  In Italia non c’è stato uno sviluppo ed un adeguamento del sistema carcerario. Non essendoci riscontri economici c’è stato sempre un palese menefreghismo, perché non crediamo o non vogliamo credere nel cambiamento, nell’innovazione e nel recupero repentino delle situazioni disagiate. Negli ospedali girano farmaci e macchinari, nell’esercito gli armamenti e tecnologia, nell’istruzione, libri e nuovi sistemi di comunicazione ed apprendimento e girano soldi e molti interessi. Nel sistema carcerario (dove poi molti imprenditori disonesti sono destinati a finire) non c’è volontà ne interesse in uno Sviluppo Possibile.

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Invece di rinchiudere chi potrebbe essere socialmente utile (anche imponendoglielo come pena) teniamo le persone chiuse nelle celle a non far nulla. Una volta si mettevano con la famosa palla al piede (almeno nei film – in America) a rompere i sassi, a fare le strade o ferrovie. Da noi mica sarebbe tanto sbagliato fargli rattoppare le strade o sistemare i giardini distrutti e abbandonati. Sotto un vigile controllo armato in aree circoscritte, potrebbe essere una cosa utile per la collettività e che dà soddisfazione a chi, avendo sbagliato in passato, può trovare una rivincita e magari alla scadenza della pena trovare un impiego e una nuova vita. (Se ad esempio a villa Ada si chiudessero per un paio di settimane dei carcerati a potare le piante, a sistemare le aiuole, a rifare l’impianto idrico, a riposizionare le panchine e i viali distrutte da incuria e pioggia e fango, a pulire a fondo e rifare recinzioni e messa in sicurezza, in piccoli gruppi si potrebbe ricreare una cosa bella –  ma poi le società per la cura dei giardini? Potrebbero appaltarlo ugualmente gestendo loro stessi gli operai-prigionieri facendoli lavorare. Gli strumenti tecnologici per farli operare fuori dalle carceri ci sono: braccialetti, è solo un problema di volontà).

All’estero (purtroppo sempre altrove), nel Nord Europa si sono studiate carceri che siano a basso impatto ambientale, che prevedono pannelli solari e impianti di climatizzazione. I prigionieri si occupano di gestire spazi verdi e coltivare i terreni.

In Italia abbiamo solo l’efficace espressione maturata da alcuni ex detenuti che hanno costituito una vera e propria cooperativa che si impone di aiutare coloro che si dovessero  trovare nelle loro stesse condizioni una volta scontata la pena.  Un lavoro, un’attività che possa gettare le basi per una rinascita.”Made in Jail” è una bella iniziativa nata a Rebibbia che prevede prodotti, manufatti, magliette, felpe. L’attività viene svolta nei carceri e fuori gli istituti penitenziari. Ci sono veri e propri corsi di formazione e, un giorno, di avere maggiori possibilità di trovare lavoro.

Una cosa bella almeno c’è, ma di lavoro da fare ce ne sarebbe tanto. C’è una risorsa, ci sono tante persone che potrebbero offrire aiuto e sentirsi parte attiva della società. La rabbia potrebbe trasformarsi in operatività in altruismo. Invece tutto si disperde e rimane soffocato rendendo inermi uomini e donne e aggiungendo al dolore di un errore, ulteriori sofferenze e  il sentirsi non considerato, abbandonato da tutti. Questo non è recupero, non è scontare è solo aspettare.

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A Parte alcuni progetti partiti nel carcere di Perugia e Ascoli Piceno, siamo ancora in alto mare…

Rif. Norm:

– L’articolo 15 dell’ordinamento penitenziario adottato con l. 354/1975, attribuisce al lavoro un ruolo centrale nel processo rieducativo e di risocializzazione del condannato.

– A partire dalla l. 193/2000 “Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti”, c.d. legge Smuraglia dal nome del suo proponente, sono introdotti nell’ordinamento strumenti e azioni per favorire la creazione e la gestione del lavoro di persone in esecuzione penale, dentro e fuori il carcere.

 

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